Le 3,4,5 civette. Sul comò?Proprio lì?

Le tre civette sul comò. Ambarabà. Non so perchè mi è venuto in mente. Forse una strana filastrocca che non so che origini abbia. Credo quasi alchemiche. Ambarabà arriva da alcuni scritti di Avicenna e/o Abu Nasr Mansur. Quindi “Ambarabà” arriva sicuramente dall’arabo antico.

Il problema, mai risolto riguardo all’accertato numero di civette appollaiate, ancora dibattuto in qualche nascosta blblioteca esoterica, si scontra con i puristi del comò. Era effettivamente un comò? la questione fu portata , addirittura all’intoccabile Crusca ( nonchè Accademia) rigurdo l’origine della parola “Comò”.

Perchè inizio con questa diatriba ormai secolare? Perchè quando passavo per la piazza mi è venuta in mente la cantilena ” Ambarabà cicci coccò tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del dottore..”.

Sorse come per incantamento, ancora una volta, la mia convinzione che il Professore – Giuseppe Orefice- professore non lo è mai stato. Neanche l’esimia professoressa di lettere del paese vicino – lei che conosceva tutti di tutti quelli che oggi, mi pare, si chiamano “comprensori didattici” (o comprensivi..) – non l’aveva mai sentito nominare.

Nonostante ricerche più accurate, non apparve mai negli elenchi degli insegnanti delle scuole che citava come quelle degli anni dei vari insegnamenti. Sì, erano vari, a mio parere, non ci sono mai stati: non sapeva scrivere in un italiano comprensibile e se un giorno diceva che insegnava l’itagliano, dopo qualche mese veniva fuori che insegnava matematica..

Il mio parere riguardo il cosiddetto “Professore”, abituato ad umiliare il paese parlando un italiano incomprensibile, per mantenere la distanza e sottolineare il disprezzo che aveva per quella plebe immonda, per me dicevo, questo povero pirla passava i suoi finti orari di scuola in qualche casino della zona o in un bar lontano dal paese e poi tornava.

Quello che mi faceva impressione era la sua costante finta umiltà, un silenzio tronfio di boria che usciva dalla tintura dei capelli e dai pori per la quantità di punturine che faceva: a ottant’anni suonati aveva il viso tirato e lucido come la pelle di un porcellino.

Arrivava al bar per il caffè del dopo pranzo e, mentre gli altri si sedevano per la scopa, lui, nonostante la voglia del settebello e della primiera, si tratteneva – ormai da decenni – limitandosi a sfoggiare un’erudizione inutile e incomprensibile.

Fu un delirio l’incontro tra Pierfrancesco e il Professore.

Fu un delirio la discussione riguardo al numero delle civette e il comò che Giuseppe Orefice pretendeva di avere a casa come reperto archeologico: ritrovato in un capanno abbandonato lungo la riva del fiume dal suo bisnonno. Autenticità del reperto, peraltro non ancora accertata dalla Fondazione in oggetto (Fondazione Ambarabà). Pierfrancesco al professore disse tutto ciò che pensava, facendo la gioia della maggior parte del paese che, comunque, era intimorito da tutti gli sproloqui fumosi che sentiva da anni e non capiva.

Baggianate, castronerie, bufale. Solo parole a vuoto, racconti analfabeti. Che la smettesse una buona volta, che rispettasse il suo paese d’origine e gli abitanti che erano imparentati anche con lui! Frustrato. la Talpa fece sbiancare il professore, al quale colò, per vampata, il colore dei capelli. Un sottile rigagnolo che si biforcò al muretto del sopracciglio destro.

Il professore se la legò al dito e nominò l’innominabile: Enrico. Sì perchè Pierfrancesco era parente, nipote da parte della madre, di Enrico, forse la talpa più famosa della storia. Abitava in una cascina vicino, anni e anni addietro. Il caso volle che un tale signor Guido, guardia boschiva e schiva, iniziò uno stretto rapporto di scambio epistolare riguardo a un lupo della zona: Alberto.

Insomma lo zio di Pierfrancesco, Enrico (con la zia Cesira)divenne famoso grazie a questa guardia boschiva e al Lupo Alberto; lui non sopportava di divulgarlo perchè l’immagine disegnata dello zio Enrico lo offendeva. Non era così, era una gran Talpa e un gran signore! “Ehilà Beppe”!!! Ma quando mai, quando mai, si disperava con gli amici, nelle serate più cupe, Pierfrancesco, mio zio si sarebbe rivolto a qualcuno così!! E l’amata zia Cesira: disegnata come una comare.

Nominare Enrico fu la goccia che fece traboccare il vaso.

La Talpa e il Professore non si parlarono più. Il primo, offeso a morte dal secondo, appena vedeva la bicicletta appoggiata al muro del bar si dirigeva da Lucia a sfogliar riviste. Il secondo, vigliacco e falso, gongolava e sempre chiedeva a tutti come mai quell’orrenda talpa non entrava al bar.

Aria pesante in quei momenti della giornata. Qualcosa sarebbe successo.

Immagine in evidenza. Il comò delle 3 civette appartenente al Professor Giuseppe Orefice.

Qui sotto: disegni del famoso zio di Pierfrancesco. Enrico la Talpa ( 1973….immortale?)

Qui sopra l’ipotesi delle civette. Tre? Date le espressioni si potrebbe dire che ne basterebbero davvero solo tre. Posso aggiungere che sono state anche citate come passeggere delle 3 caravelle : La Nina, la Pinta e la Santa Maria. Portatrici di significato erano spostate da un comò all’altro, da una nave all’altra sino all’arrivo nel nuovo continente. Portatrici di buon auspicio. da lì: Ambarabà cicci coccò, tre civette sul comò. Ma questa è una specifica e non ha nulla a che fare con la storia.

90? perchè questo titolo.🤔🤔🥸😎😎😎😎

9 risposte a "Le 3,4,5 civette. Sul comò?Proprio lì?"

    1. auacollage ha detto:

      Ambarabà ci ci coccó. Sta diventando un giallo mi sa… boh 🤷‍♀️ grazie per i complimenti sempre graditissimi, perché mi stimolano molto a scrivere ancora tutte queste follie / fantasie a forma di talpa..😂😂😂

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