Luce verde.

Non sapeva cosa dire. L’impasse era totale, come per me per uno sciocco che, forse tentando delle vie di fantasia – non lo seguo più da stamattina – cerca nuove vie di scrittura e mi ritrovo davanti una specie di racconto tipo il mio, da uno che aveva tutt’altro stile e ben altra prosopopea di futuro nobel per la letteratura…l’impasse fu totale. Il “non segui più” : immediato.

L’impasse era totale. Erano arrivati tutti. Ben 3 volanti dalla sede centrale. “Ci mancano i carabinieri a cavallo e poi siamo a posto” – disse Giovanni al bar quella mattina. Ma tutti rimasero in silenzio.

L’aveva trovato un paio di giorni prima, proprio Pierfrancesco, riverso al suolo, la bici buttata al suo fianco. Di fronte all’uscio di casa. Gli occhiali lontani, coricato sul fianco destro, quasi dormisse con un braccio sotto la testa, steso verso l’alto, i radi capelli rossi con il riportino scomposto, lasciavano comparire il cranio lucido. La camicia bianca aperta sul davanti , stropicciata, solo la manica sinistra arrotolata.

Il Professore quella mattina era morto così. Quella mattina o la sera o all’alba? Non si sapeva. Pierfrancesco passava per il solito caffè, era tranquillo. A quell’ora poteva fare la strada più corta e passare di davanti alla casa del Professore: sapeva che non l’avrebbe incontrato.

Vide la sagoma. Capì all’istante, anche da lontano, che era lui. Si avvicinò, guardò e corse a dare la notizia al bar. Chi diceva di averlo visto per primo/a? Non poteva essere una talpa: di Pierfrancesco non si sarebbe potuto far menzione con le forze dell’ordine. Avrebbero internato tutto il paese.

“Faccio che sono io chi l’ha trovato. Va là Pier, Portami là” – E si offri il Pasciuto – vero nome Erminio – il fratello Strutto – vero nome Federico ( dal Barbarossa, mito del padre) non era al bar, così il gemello si offrì. Forse nella speranza di trovare qualche scatola da sigari di ceramica faentina o non, non importava. Si sapeva che il Professore era un raccoglitore compulsivo e casa sua doveva essere stipata di tesori.

Andarono a vedere il corpo, nessuno era passato. Erminio lo osservò bene. Come osservava le scrofe se erano state ingravidate. Strana posizione. Strana la manica della camicia arrotolata, Comunque chiamiamo i carabinieri o la polizia così vedranno loro”.

Tornati al bar, Cosetta telefonò tremante: “Venite subito , c’è un nostro concittadino morto in strada. Forse ucciso” e mise giù il telefono. Pierfrancesco Le fece notare che non aveva specificato dove doveva andare la polizia. “Tanto ci geo-localizzano”, disse uno seduto. ” Ci geo-localizzano? Sì, quando arriverà il teletrasporto per lo stretto di Messina! Quindi mai! Ma fammi il piacere ritelefona Cosetta! Specifica il luogo! Ci geo-localizzeranno anche ma nel frattempo il Professore sarebbe già a metà putrefazione!”.

Così Cosetta richiamò e le pattuglie arrivarono.

E ci siamo. Con Giovanni e le sue battute e l’ispettore in piena impasse di fronte al colonnello dei carabinieri – noto nella zona per l’acume nelle indagini che seguì a Busto Arsizio anni prima quando era capitano (la morte improvvisa di un critico d’arte famoso che in effetti fu un omicidio) e che quindi capiva tante cose. – e lui non ci capiva niente.

Ma non era vero. In effetti una specie di stranezza, una falla, tra le abitudini e le usanze del paese l’aveva notata.

La sera precedente, ora del film a noleggio al bar (sala cinematografica del paese una volta alla settimana. Grazie alla raccolta di cassette Betamax del Leonardo, altro raccoglitore compulsivo, ma più giovane, del professore); l’ispettore fece un giro per il paese. Quattrocento abitanti, 2 vie d’entrata, una chiesa, una farmacia, una posteria, ll negozio dei giornali e la merceria, ma la merciaia svernava ad Andora da novembre a a settembre. Tornava solo per fare la passata di pomodori ad agosto.

Un giretto per dare un’occhiata a chi era in casa e a chi era fuori e anche per cercare il bandolo di una matassa che purtroppo non c’era. Manco la matassa da sbrogliare.

Nel giro per il paese, notò una luce verde intermittente in una casa. Una lucina e non capiva cosa ci fosse in quella quasi catapecchia. Si avvicinò alla piccola finestra opaca dallo sporco della terra della strada. Un bagno. Comprese immediatamente. Anche lui ne faceva uso: lo spazzolino elettrico si stava caricando!

Ma come poteva un lugubre andito come quello, scrostato di tutto punto, La porta di legno che, sembrava, potesse aprirsi con una spallata, come poteva contenere uno strumento così, diciamo, all’avanguardia. Un oggetto che denotava una cura e un interesse per la propria persona fuori dall’usuale tra i personaggi interrogati e osservati del paese. Andò al campanello: era la casa del Ferraris. Giovanni Ferraris. quello che girava in bici con le gambe aperte e aveva fatto la battuta quella mattina dei carabinieri a cavallo.

Uno povero cristo che dell’esistenza dello spazzolino elettrico non era possibile sapesse qualcosa. Men che meno quei pochi denti che gli erano rimasti, di un sospetto color ambra, lontano da una qualsivoglia specie di igiene orale quotidiana e accurata.Ancora più impossibile era il fatto che potesse permetterselo – uno spazzolino così – con l’esigua pensione che prendeva – domani avrebbe fatto un controllo. Trasandato fino a midollo. usava lo spazzolino elettrico? Cosa nascondeva il Ferraris?

La foto della finestra piccolina del bagno a sinistra della grande chiusa.

Dubbi e misteri.

5 risposte a "Luce verde."

    1. auacollage ha detto:

      Ciao 30 maggio! son contenta che li leggi. Eh si quella tranquilla vita di provincia così conforme al volere del parroco, anima santa.Quei posti dove, che tu lo voglia o no l’inquietudine o si spegne, o la spegni per forza oppure esplode nella creazione, nella follia, nella fuga. Buona domenica🙋🏼‍♀️🌹🌹

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