Seguire la pista

Seguire la pista, questo si disse l’ispettore quando, annusando l’aria, si trovò alla cassa: di fronte alla profumatissima Anna. Questa alzò la massa di boccoloni biondi e l’ispettore si trovò squadrato da due enormi occhioni cerulei sotto un paio di occhiali troppo grandi per un faccino tondo e un po’ paffuto, come quello di una bambina.

Tondetta con un seno prosperoso, comprese immediatamente perché il Ferraris si fosse innamorato. Era la bella del paese.

Quando arrivò in quell’ angolo sperduto di mondo, Anna intuì di avere tutti gli occhi puntati addosso. Le sue coetanee al confronto sembravano delle galline e questo, anziché giocare a suo favore le creò un’enorme insicurezza. Voleva dire essere sola contro tutte. Nessuna l’aveva presa bene. L’unica soluzione era stare in disparte, così il tempo diventò schiva e al bar ci andava raramente. Non poteva rischiare che quelle quattro future megere, con il cervello di una vongola, la bombardassero con chissà quali bordate. Voleva vivere tranquilla e rispettata.

Era giorno di mercato e il super era vuoto. Unico alla cassa l’ispettore. Le chiese subito se potevano incontrarsi perché voleva chiarire un paio di cose del paese e lei, magari, poteva aiutarlo.  Tutta contenta di parlare con l’ispettore, che in fondo non era male e soprattutto, veniva da fuori; gli disse che aveva una pausa all’una e potevano, se gli fosse andato bene, sedersi lì, al bar del super.

Tutto questo al di qua del ponte.

Invece al di là, non si sa se qualcuno li notò, ma quando Pierfrancesco uscì dl bar, Giovanni lo seguì, senza bicicletta. Passo passo. Doveva chiedergli un aiuto. Poteva aiutarlo? Non dormiva più era allarmato per le indagini, voleva sapere cosa ne pensava. Voleva sapere se era vero che gli uomini avevano 90 battiti al minuto invece gli animali no.

La Talpa si fermò e lo guardò attentamente – si fa per dire – più che altro annusò le vibrazioni e sentì la paura.

“hai problemi di pressione?” – gli chiese gentilmente – “No, no , cioè sì ma non la mia…é che ho fatto un pasticcio”.

E così Giovanni s’impappinò e gli raccontò per filo e per segno cosa aveva combinato.

Come al solito, il venerdì pomeriggio, il suo giro in bici arrivava fino al cimitero dove andava sempre a trovare la sua mamma – morta di venerdì, 12 anni prima. Di venerdì lui vide Anna per la prima volta.

Ormai era chiaro che i venerdì segnavano il suo destino, le svolte della vita.

E fu proprio un venerdì di qualche mese prima. Fuori dal cimitero, lo fermò un tipo. Un dottore disse, uno scienziato. Un ricercatore della vita.

Giacca, cravatta e bella macchina. Modi seri e garbati. Studiava il cuore umano e voleva sapere se era  lui il guardiano del cimitero.

No, non era lui ma poteva dire a lui, in paese si conoscevano tutti e avrebbe riferito. Così il tipo, si presentò come Dottor Rossi, gli raccontò che stava facendo esperimenti e aveva bisogno di materia prima.

Con paroloni, dati, tecnici e un lungo discorso, Giovanni aveva capito che questo tipo era convinto che cambiando il sangue agli animali – gli puntualizzò che in n effetti era lì per catturare delle nutrie – questi si sarebbero evoluti. Con sangue umano sarebbero diventati quasi umani. Il sangue e questa era l’unica cosa essenziale: doveva essere aspirato nella siringa solo se il cuore funzionava a 90 battiti al minuto e prima, fondamentale, misurare la pressione.

90 battiti al minuto. Solo così poteva essere trasfuso negli animali. Il Ferraris era di sasso. Non riusciva a mettere insieme il fatto che a lui sembrasse pazzo e come si presentava. ” Uno così non può avere la patente”, pensava tra sè e sè.

Il Dottor Rossi proseguiva il suo racconto. Aveva scelto le nutrie perché erano parecchie. Era arrivato sino a lì perché doveva viveva non trovava animali adatti e di topi da laboratorio, ne aveva provati tanti, alla fine erano diventati costosi e non erano robusti.

La nutria era selvatica, forte.

“E dopo come va? Cioè, come stanno le bestie?” – chiese Giovanni stranito – “Bè fino ad oggi sono morte tutte ma sono sicuro che con un altro tipo di trasfusione, più lenta…”.

A quel punto del racconto Pierfrancesco rabbrividì. Pensò immediatamente al Professore, pensò a qualche cadavere magari trafugato, pensò a un imbroglione come se ne vedevano tanti per il paese. Pensò anche a un vampiro. Due matti si incontrano e succede di tutto, era allibito.

E Giovanni proseguì con la storia composta da altri incontri, uno o due alla settimana sempre lì di venerdì ma dentro al cimitero, in una cappella abbandonata e con l’obbligo, voluto dal Giovanni, che lasciasse la macchina nel paese vicino. Tutto questo perché alla fine del primo incontro  il Dottor Rossi gli promise una lauta ricompensa – avrebbe potuto rifarsi i denti per la sua Anna – se gli avesse procurato un po’ di sangue fresco.

Stipati ogni venerdì nella cappella piena di muffa il Rossi si impegnò nell’ardua, arditissima, impresa di insegnare al Ferraris come prendere la pressione e, soprattutto fare, o meglio tentare, un prelievo di sangue. Non fu semplice. E, comunque, il Giovanni se ne tornava a casa sempre con mezzo litro di sangue in meno.

Come abbiamo detto l’amore – quello con l’A maiuscola, non conosce barriere e Giovanni imparò.

Certo è che questo Rossi, mezzo matto, per insegnarli a prelevare il sangue, comunque gli spillò più di un paio di litri se non di più.

Parliamoci chiaro: Giovanni Ferraris voleva davvero essere riconosciuto come rapinatore di sangue umano? Per dei denti nuovi? Per addentare una pizza davanti alla sua Anna? Sì, l’amore non ha confini.

Così, l’indomito stolto, sdentato e innamorato pensò come prima cosa di cercare un dentista nella zona. Meglio portasi avanti, sapeva che il lavoro sarebbe stato lungo e presto avrebbe avuto i soldi.

Disegni per il ripasso serale.

4 risposte a "Seguire la pista"

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