Scene da un matrimonio.

www.newyorker.com/culture/cultural-comment/the-problem-of-marital-loneliness

Leggo, meglio dire sfoglio tutti i giorni il New Yorker. Mi piace molto. Ci sono articoli interessanti. Come questo. Mi è venuta in mente la mia amica che, quando è stanca e lo riconosco al telefono, si stupisce che riesca a capirlo, a sentirlo. Una solitudine infinita la sua e preferisco un miliardo di volte la mia, creativa, solare, ricca di possibilità quotidiane e di melanconie quotidiane, certo, ma ben più nutrienti della sua mesta quotidianità aggrappata alla proiezione con l’esterno o ai colori di un quadro, ormai sbiadito, quando  fa, come richiesto, la moglie devota.

Un articolo che ripercorre le solite tematiche di coppia. Cambieranno mai? Non lo so faccio parte della schiera dei single che vede intorno situazioni sempre complicate. Giovani coppie affaticate da una vita nuova per i figli che hanno invaso spazi sconosciuti sino ad allora.vuoti di senso.

Vedo anche qualche felicità sia nelle coppie anziane che in quelle giovani e penso che sono io, magari come altri, a non sapere, a non volere superare certe difficoltà di una vita, di una comunicazione, di un quotidiano in due. Oppure altre mille ragioni. Boh. Il grande boh che mi porta via come il malestrom…e forse è per quello che non posso occuparmi di due. Son fin troppo una.

Chissà magari è questo “schiacciarsi”! d’obbligo che prima o poi tra i due qualcuno soccombe all’altro per lasciare quello spazio che comunque la sua anima reclama sempre e sotto sotto, persevera nel covare piccole rabbie che, come brufoli, si risolvono in vari modi.

La fantasia condivisa, credo, parlando ieri con un maestro della pittura italiana ( scriverò qualcosa più avanti), del suo secondo felicissimo matrimonio, la fantasia condivisa, la creatività in comune è la soluzione migliore ma quando questa manca… e pare manchi spesso.

Stendersi a dare forma alle nuvole, per esempio, a me sembra una cosa normale, un passatempo vacanziero molto piacevole. Non lo fu e non fu condiviso non con il timore di sembrare un folle (ma li trovo tutti io?).

Vorrei provare ad inserire la traduzione (fatta con google ovviamente) dell’articolo. Qui sotto. Ci provo.Per chi ha la pazienza di leggere tutta questa spatafiata.

Mio marito è davvero appassionato di geometria e, una volta padroneggiata una dimostrazione complicata, gli piace esaminarla con me nei minimi dettagli. Se vede i miei occhi vagare, mi ordina di prestare attenzione. In generale, il tipo di conversazioni di cui gode sono quelle in cui espone il suo ultimo tesoro cognitivo, sia esso scientifico, storico o qualche sottile osservazione su come interpretare un oscuro testo antico.

Io, invece, gravito verso i paradossi e mi piacciono le conversazioni in cui sono colui che stabilisce i termini del problema e sono colui che riesce a mettere da parte tutte le risposte più semplici. Di recente, ho cercato di accendere un dibattito: perché non è lecito avvicinarsi a estranei e porre loro domande filosofiche? Mentre sondavo il significato più profondo dietro questo divieto, mio ​​marito era frustrato dal fatto che ignorassi l’ovvio: “Letteralmente nessuno tranne te vuole farlo!”

Di tanto in tanto, il punto che vuole spiegare magicamente si allinea con quello che voglio risolvere, ma la maggior parte delle volte c’è una mancanza di complementarità decisamente non magica tra il suo amore per la chiarezza e il mio amore per la confusione. Certo, veniamo a un compromesso: alternandoci e sopportando il fatto che uno di noi, in una certa misura, sta trascinando l’altro con sé per il viaggio. Ma possiamo anche dire che stiamo scendendo a compromessi, e questo fa sentire ognuno di noi triste e un po’ solo.

La conversazione è solo un esempio delle varie arene in cui abitualmente non riusciamo a connetterci; in generale, lui è premuroso e poco romantico, mentre io sono romantico e sconsiderato. Il matrimonio è difficile, anche quando non si profilano crisi, e anche quando le cose sostanzialmente funzionano. Ciò che lo rende difficile non sono solo i vari problemi che sorgono, ma l’assenza persistente che si avverte maggiormente quando non lo fanno. La stessa vicinanza del matrimonio rende palpabile ogni minima distanza. C’è qualcosa che non va, sempre.

“Scenes from a Marriage” di Ingmar Bergman, del 1973, è la più grande esplorazione artistica delle vicissitudini della solitudine coniugale. Consiste di sei episodi della durata di circa un’ora, in cui una coppia sposata, Johan e Marianne, cerca e per lo più non riesce a connettersi l’una con l’altra. Marianne è un avvocato e all’inizio della serie la vediamo consigliare una donna anziana che sta cercando il divorzio dopo più di vent’anni di matrimonio. La cliente ammette che suo marito è un brav’uomo e un bravo padre: «Non abbiamo mai litigato». Nessuno dei due è stato infedele all’altro. “Non sarai solo?” chiede Marianna. “Immagino”, risponde la donna. “Ma è ancora più solitario vivere in un matrimonio senza amore.”

La cliente prosegue descrivendo gli strani effetti sensoriali della sua solitudine. “Ho un’immagine mentale di me stessa che non corrisponde alla realtà”, dice. “I miei sensi – vista, udito, tatto – stanno iniziando a venirmi a mancare. Questo tavolo, per esempio: lo vedo e lo tocco, ma la sensazione è attutita e secca. . . . È lo stesso con tutto. Musica, profumi, volti, voci: tutto sembra gracile, grigio e poco dignitoso”. Marianne ascolta con orrore: la donna rappresenta il fantasma del proprio futuro.

È una profonda intuizione da parte di Bergman notare che la solitudine comporta un distacco non solo dalle altre persone ma dalla realtà in generale. Da bambino, ho avuto difficoltà a stringere amicizie e mi sono rivolto invece alla fantasia. Potevo immaginarmi nei libri che leggevo e, abbellendo i personaggi, fornirmi esattamente il tipo di amici che avevo sempre desiderato. Se ti sei impegnato in questo tipo di fantasie, sai che il brivido della creatività alla fine crolla in una sensazione di vuoto. Questo è il momento in cui la solitudine colpisce. Ti sei preparato un elaborato pasto psicologico e ti rendi conto, tardivamente, che non potrà mai saziare la tua vera fame.

Spesso si è più soli in presenza degli altri perché la loro indifferenza mette in risalto l’inutilità dei propri sforzi per l’autosostentamento. (Se passi una festa a leggere in un angolo, vieni a vedere, non importa quanto sia bello il libro, che non stai prendendo in giro nessuno.) In un matrimonio, questa solitudine si manifesta nei vari modi in cui le coppie si danno spazio a vicenda, demarcando ambiti in cui ciascuno può operare in autonomia. Se permetto a mio marito di resistere e lui mi permette di andare a spacciare paradossi, se ci assecondiamo a vicenda, la stessa assenza di attrito dei pensieri che ne derivano li infonde irrealtà. “Io e mio marito ci annulliamo a vicenda”, dice il cliente di Marianne. Vuol dire, penso, che svuotiamo la realtà dalle vite degli altri attraverso la nostra mancanza di interesse, il nostro non coinvolgimento, la nostra incapacità di fornire la trazione costrittiva necessaria perché anche le esperienze sensoriali più elementari si sentano reali.

Bergman usa la breve scena con il cliente di Marianne come sfondo per la traiettoria molto diversa del matrimonio di Johan e Marianne. Invece di raggiungere un accordo reciproco, diventano sempre più – e violentemente – intolleranti ai loro fallimenti nel connettersi. Nell’episodio di apertura, la coppia viene intervistata per un articolo di una rivista che li presenta come l’immagine della contentezza coniugale borghese. Man mano che la serie si sviluppa, litigano, scoprono che si sono traditi a vicenda, sono venuti alle mani, divorziano e alla fine, dopo essersi risposati entrambi, si tradiscono di nuovo l’uno con l’altro. La chiusura dell’episodio finale, intitolato “Nel mezzo della notte in una casa buia da qualche parte nel mondo”, li vede rannicchiati insieme in un cottage remoto per un weekend da innamorati. Marianne si è svegliata da un incubo che evoca paure esistenziali; Johan calma i suoi singhiozzi e la serie finisce.

Bergman ha scritto, di questo finale, che i due sono “ora cittadini del mondo della realtà in un modo abbastanza diverso da prima”. Avendo capito che hanno davvero qualcosa da offrirsi l’un l’altro, sono anche costretti a vedere quanto è meno di quanto si aspettassero inizialmente. Hanno scambiato l’illusione di un matrimonio felice con una connessione genuina che ha una portata dolorosamente limitata. L’incubo di Marianne riflette questa conoscenza conquistata a fatica: “Stavamo attraversando una strada pericolosa. Volevo che tu e le ragazze mi trattenesse. Ma mi mancavano le mani. Mi erano rimasti solo dei ceppi. Sto scivolando nella sabbia soffice. Non riesco a contattarti. Siete tutti lassù sulla strada e non posso raggiungervi”. Il piccolo vero conforto che Johan è in grado di fornirle non nega l’intuizione: “Non posso raggiungerti”.

I matrimoni sono racchiusi da un guscio opaco; non tendiamo a parlare, pubblicamente, di come risuonano con il brusio della disconnessione. “Scene da un matrimonio” ha aperto questo guscio, rivelando – e qui prendo in prestito il fraseggio di Bergman – come la coppia sposata risponde a ogni “spaccatura vagamente percepita” con “soluzioni di fortuna e luoghi comuni ben intenzionati”. Vista da circa la metà della Svezia, la serie era ritenuta responsabile di un aumento dei tassi di divorzio nel paese. Evidentemente, non tutti gli spettatori di Bergman erano preparati a vedere cosa si nasconde dietro la facciata coniugale.

Il remake di Hagai Levi di “Scenes from a Marriage”, ora in onda su HBO, è carico di un’aria di omaggio. Spesso è profondamente fedele all’originale, fino ai dettagli come il sogno con le braccia moncone. Ma Levi aggiorna e americanizza la storia: Johan diventa Jonathan, un professore di filosofia ebreo interpretato da Oscar Isaac; Marianne diventa Mira, una dirigente tecnologica interpretata da Jessica Chastain; e le dinamiche di genere sono invertite in modo così netto che si può dire che Mira è Johan e Jonathan è Marianne. Questi e altri tocchi di modernizzazione sono le differenze superficiali tra le due serie. La profonda differenza riguarda la loro trattazione del problema della solitudine.

La serie di Levi è composta da cinque episodi anziché sei. L’episodio mancante, il secondo di Bergman, è quello dell’incontro tra Marianne e il suo cliente. Include anche scene in cui Johan e Marianne analizzano i divari comunicativi tra loro, culminando in una discussione – e visualizzazione – della disconnessione sessuale della coppia. Il taglio di Levi di questo episodio corrisponde a un ammorbidimento più generale dei conflitti di Bergman. È una caratteristica sorprendente delle lotte di Johan e Marianne che chi viene attaccato spesso non si accorga di quanto duramente siano stati detti loro; anche nei momenti di intensa emozione, parlano tra loro. Jonathan e Mira, al contrario, sono immediatamente sensibili ai modi in cui si fanno male a vicenda. Sebbene Levi includa alcune discussioni sulla disfunzione sessuale, taglia la scena che la mostra e, in un momento cruciale della trama, inserisce una scena di sesso tenero assente dall’originale.

Se la relazione di Jonathan e Mira sembra migliore di quella di Johan e Marianne, bisogna anche riconoscere che Levi pone alla sua coppia un problema più facile. Bergman ha suggerito che il matrimonio doveva rispondere a un bisogno metafisico: la nostra connessione con la realtà. Levi, al contrario, vede il matrimonio come un modo per navigare il proprio posto nell’ordine economico e sociale. L’educazione dei figli è molto più importante nella vita dei suoi personaggi, così come la gestione di una famiglia condivisa. Considerando che Bergman ha scelto una serie di luoghi per le sue scene, Levi radica ognuno dei suoi in casa, che diventa un punto focale dell’attenzione sia visiva che intellettuale durante la serie.

Il cambiamento sta dicendo. Se il matrimonio è composto da una serie di compiti o progetti – una carriera, l’essere genitori, mantenere una casa – i suoi fallimenti possono essere visualizzati come estrinseci alla domanda su come i coniugi si uniscono. La diagnosi di Levi è qualcosa del tipo: queste persone hanno priorità diverse. Ciò significa che le loro vite possono avere successo in misura maggiore rispetto al loro matrimonio. Quello che era, nelle mani di Bergman, un’immagine orribile dei limiti del contatto umano diventa, in Levi’s, un insieme di percorsi di crescita personale sempre più indipendenti.

Alla fine del remake, Jonathan, Mira e la loro figlia stanno prosperando e persino parte della loro casa è stata rinnovata. Nella visione di Levi, il problema della solitudine può essere affrontato adeguando la pragmatica della dipendenza reciproca; all’inizio, questi cambiamenti sono dolorosi, ma alla fine tutti stanno meglio, vale a dire, più bravi a raggiungere i loro obiettivi. Per Bergman, la connessione è l’obiettivo e non è chiaro se possiamo farlo. È quando Johan e Marianne se ne rendono conto che diventano “cittadini della realtà”, una perdita di innocenza dalla quale non possono riprendersi. Può un matrimonio sopravvivere a un’onesta resa dei conti con se stesso? Riesci ad avvicinarti abbastanza a qualsiasi persona perché la vita ti sembri reale? Queste sono le domande di Bergman; Levi non glielo chiede.

 
 

11 risposte a "Scene da un matrimonio."

  1. luisa zambrotta ha detto:

    La vita a due si regge su molti compromessi.
    Io sono sola, divorziata, e la solitudine mi pesa, ma trovo che sia molto più tollerabile dalla solitudine e il disamore che provavo quand’ero sposata.
    PS Purtroppo la mia memoria selettiva, per non farmi scoppiare, mi riporta le immagini dei momenti più belli, come la nascita dei miei figli, e allora, ahimè, vengono le nostalgie

    Piace a 1 persona

    1. auacollage ha detto:

      Anch’io divorziata e sempre più contenta di esserlo. Mi sposai a 22 e a 25 ero già separata e poi storie, sempre sbagliate. Intorno a me non ho mai visto una serenità vera. Come floriterapeuta ne ho sentite di cotte e di crude. Non solo certo gli uomini. Anzi! Quante donne sono disamorate con vite parallele e sposate, tanto perché è più comodo.
      Dico più comodo perché essere in due, per viaggiare, specialmente quando gli anni passano, e più semplice e sei trattata meglio. Da sola sei sempre un po’ lasciata da parte. Ma non importa. Mi spiace che soffri così la solitudine. Dai un’occhiata al sito dell’A.Me.co di Roma.

      Piace a 1 persona

      1. auacollage ha detto:

        Ma scherzi? Ma va benissimo. Mi sono sposata una volta sola e non credo che ce ne sarà un’altra: posso mantenermi una badante in modo autonomo oppure opterò per la casa di riposo.

        "Mi piace"

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...