Elogio funebre?

Elogio funebre? Ma, non so questa mattina è così.

Quel sabato 4 novembre del 1995 mi sveglio come al solito e sarei dovuta andare a vedere la palestra nuova, la nuova gestione, proprio dietro l’angolo, con l’amico Marco, allora si giocava a squash o meglio, in quella specie di palestra tiravamo la palla contro il muro e rimbalzava.

Ma (inizio apposta con il “ma”) quella mattina non ne avevo voglia. Non so. c’era un qualcosa nell’aria. Forse erano già le nove quando squilla il telefono e dall’altra parte c’è la voce della segretaria di mio padre che viveva al paesello.

Mio padre andava “in campagna” tutti i venerdì, se non il giovedì ma che la segretaria (soprannominata da mio fratello, crudele, “O’animale”) mi chiamasse da casa sua mi pareva strano. Infatti glielo chiesi: ” ma tu cosa ci fai lì?” .” Senti vieni qui perchè tuo padre sta male”. “Se sei a casa sua è perchè è morto”. ” Vieni e basta”.

Venerdì 3 venne da me Guido, si stava separando e doveva parlarmi. “Guido, io devo stirare, ti siedi di fronte e mi parli”. Così Guido arrivò, mi raccontò delle difficoltà della separazione e le cose di prammatica e poi mi disse ” sei appena tornata dall’India, tuo padre? L’hai visto?” e io risposi : ” No Guido non ancora, eh sì è molto tempo. Dio mio Guido! Mio padre! Mio padre non morirà mica?!! Devo andare a trovarlo”.

Infatti il giorno dopo ci andai.

Quella specie di segretaria me lo fece trovare già vestito (camicia di jeans, jeans, cintura con fibbia della 10°Mas – reperto da mercatino, credo, anche se di storie di ufficiali in famiglia ne avevo sentite).

Arrivai in contemporanea all’impresa di pompe funebri del “paese grande” lì vicino, che mi fermò per chiedermi se mettevo dei paramenti al portone. “Fatemi prima vedere il morto, per piacere”. Ed entrai in casa.

Nessun paramento, 4 candelotti/candelabri elettrici intorno alla bara.

Me ne stavo lì. Squillò il telefono. Era la sua compagna che si stupì, ma non più di tanto, di sentire una voce femminile. Mi diede del lei, non mi riconobbe. Mi avevo visto forse due o tre volte. Io ne avevo viste a decine. Lei gli voleva bene. “Lu, sono io, vieni perchè il papà è morto”.

Dormimmo tutte, Luisa, mia madre ed io, nella prima stanza degli ospiti.

La mattina arrivò il carro funebre Mercedes. “Ecco lui che non voleva più salire su una Mercedes, ci fa l’ultimo viaggio”, disse Luisa e dietro la beghina del paese che commentava la moglie e l’amante a braccetto della figlia, in prima fila.

Tutti in cammino dietro il feretro. Man mano dalle case uscivano le persone e si accodavano.

Non avrei più visto un funerale così.

Luisa lesse 1-18 del Vangelo di Giovanni, come avrebbe voluto lui.

C’era tutto il paese e ci fu l’applauso. E tornammo a casa in silenzio, per offrire il caffè con dei biscotti.

Lu, mi raccontò che la domenica precedente Gianni ( Gianmaria per alcuni ma era sempre il Gianni o il Bursi in paese, dal nome distorto, come al solto succede, del nonno paterno) era stranamente dolcissimo e la portò al cimitero e le indicò dove avrebbe voluto essere sepolto. Non in cappella con tutta la combriccola.

3/4 giorni prima di morire si diventa accoglienti e gentili. Lui lo sapeva, e sapeva anche la data, anche lui aveva studiato astrologia e, sono certa conosceva da tempo la sua data di morte, Più bravo di me a fare i conti, credo sapesse anche il giorno oltre che l’anno. Io so solo l’anno. Lui a 67 se ne è andato, Io purtroppo, pare, supererò i 90 e rotti. Spero sempre di aver fatto degli errori di calcolo.

Ciao papà.

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