Incipit su incipit.

Stava guardando le vetrine in corso Lodi , mentre tornava a casa. Finalmente l’aveva ammazzato.

Era arrivata l’occasione e si era detta : ” Perchè no? In fondo quel ciccione di merda era stato uno stronzo con lei. Innamorato di lei da anni, alla fine lei “gliela aveva data” – come si suol dire – per sfinimento e lui lo capi quando, quella mattina, la vide leggere il giornale, completamente indifferente a lui, a quella barba schifosa, che su un adolescente è orrenda, a quella pancia, altrettanto orrenda per un adolescente. Gli anni al poligono sarebbero serviti a qualcosa! Finalmente la sua Beretta 6.35, deliziosa, sarebbe stata usata per una pulizia doverosa.

” Ma tutti gli sfigati li trovo io?” E lo pensava tanti anni prima quando lo incontrò ai bagni al mare. M. (uso l’iniziale del cognome) che s’invaghì immediatamente. Lei, da quando aveva otto anni, era innamorata di Emanuele e iniziò a uscire con M. e la sua compagna dove c’era anche la cugina di Emanuele. Iniziò a parlare del suo innamoramento e ogni sera lui iniziò ad invitarla a casa dove ascoltava, sfigato e paziente, tutte le menate di lei per ore, con musica e semifreddo al gianduia. La parte che, come scoprì in seguito, lui era solito fare con tutte le ragazze che gli piacevano. Il perfetto amico speranzoso, tirapiedi. Un classico. E lei, come tutte le ragazze innamorate di un altro, con l’amico speranzoso ai piedi, sono tutte un fuoco e fanno e dicono cose divertenti, stupende, tanto per sedare quell’ansia e quel desiderio di vedere l’altro che non c’è. E i tapini si innamorano ogni giorno di più, completamente ammaliati da queste giovani, inconsapevoli, virago. Lei era, naturalmente, una di quelle. Un gruppo importante che avrebbe alimentato le future entrare dei vari futuri analisti.

Negli anni, nonostante l’innamoramento compresso e mai svelato, si frequentarono e lei lo accudì svariate volte dopo le innumerevoli delusioni d’amore dalle quali si risollevava con una solenne sbronza e la chiamata all’amica : ” Sto malissimo, l’ho trovata con un altro, puoi passare?”. e lei arrivava, sentiva le sue menate, faceva scomparire la bottiglia, lo portava fuori.

In fondo era un rapporto di soccorso, assistenza per cuori infranti.

Cmounque lui per anni le andò dietro e ogni tanto ci riprovava. Cercando di approfittare del momento “cuore infranto” di lei. E quella volta , per sfinimento, ci riuscì. Ma fu una notte. Fu lo sbaglio e dopo la comunicazione fu interrotta.

Anni dopo si ripresentò con quella che sarebbe diventata la prima moglie. Aveva una richiesta, in nome della loro secolare amicizia….Fu così che lei gli prestò anche la casa per la festa di matrimonio, la casa di campagna, una casa importante. Avrebbe fatto un figurone. L’invito, ironico, diceva che il rinfresco si sarebbe tenuto nella casa dell’impagabile amica G.

E lei, tempo dopo, chiuse ancora i battenti perchè gli disse, a chiare lettere, che sua moglie non era una puttana ma una bottana, come si dice in Sicilia, e lo trattava come una pezza da piedi. E lei ci stava male per lui E così prese il treno, erano al mare, e se ne tornò a casa.

Parentesi: sfigato com’era aveva sposato una zoccolona che lo credeva pieno di soldi. Figlio di ottimi professionisti ma non possidenti di ingenti patrimoni immobiliari ( unica cosa che l’ avrebbe più che giustificato agli occhi della zoccolona dato il suo aspetto oversize e manco molto simpatico. Un noioso, insicuro, molliccio, tuttologo). Comunque ci sfornò una figlia.

I due “amici” non si videro per anni, forse più di dieci. Poi un giorno lui la chiamò. Doveva vederla. Doveva dirle che aveva ragione riguardo a Federica: si era separato e l’aveva capito subito quando lei glielo aveva detto in macchina mentre la portava in stazione. Zoccolona, nel frattempo aveva accumulato, oltre alla sua, anche un altro alimento con altro figlio. 3 separazioni, 3 figli, 3 alimenti. Era finalmente a posto.

Passarono altri anni e ancora la chiamò. Un’altra volta. Sempre al mare, sempre in Liguria, le disse che doveva vederla per presentarle la figlia, ormai quasi maggiorenne. Lei si stupì ma accettò, stupita e contenta. le cose si mettono a posto, speriamo stia bene, e così via. Pensieri positivi, in attesa di un bell’incontro e, magari, delle scuse reciproche, dei bei ricordi da far riaffiorare, qualche sana risata. Questo immaginava lei.

Si incontrarono sulla spiaggia del mare di lei con una delle figlie di lui che, nel frattempo, forse risposato, aveva collaborato per un’altra procreazione.

Crollò tutto in un attimo. Una faccia falsa e odiosa, con uno strano ghigno le si presentò di fronte.

L’incipit fu: “Ecco lei è l’unica che ha scopato entrambi i fratelli M.”

Lei rimase interdetta. Un pò stordita, umiliata, stupita, non disse nulla. Lui era a posto, ridacchiava. Si era risolto così tra i suoi vari complessi e chissà quanti anni di pensieri e quella doveva essere la soluzione finale, l’epilogo di un percorso. Se ne andò baldanzoso e non si videro mai più.

L’anno scorso lei stava tornando da Corso Lodi a piedi e vide un ciccione in macchina che stava entrando in una specie di garage. Era l’unica persona che doveva attraversare la strada Lui voltò la testa, la riconobbe e con un’espressione anche un pò intimorita, del tipo ” ma questa, che cazzo ci fa qui?” arricciò il naso. Lei fece finta di nulla, proseguì dritto ma pensò che quello era proprio M.

E la storia della spiaggia non l’aveva mai digerita. Mai. Tra le orrende cose passate in adolescenza e anche dopo, nelle sue ricapitolazioni, per capire e dipanare diligentemente la matassa e trovare il bandolo della consapevolezza, quell’incontro orrendo, cattivo, vendicativo, dopo quasi trent’anni, non le andava giù. Solo dopo comprese la cattiveria che covava da sempre in M. Tutti i suoi complessi, le sue cene per cercare disperatamente amici veri, che forse, ahimè, non ebbe mai, sempre a correre dietro a qualcuno. Sempre a cercare di piacere a destra e a manca . No, solo a manca.

Così tornò, per un paio di settimane al posto dell’avvistamento. E c’era anche un bar, poteva tener d’occhio l’entrata del garage. Sì. Era lui. Ancora quel ciccione di M, ancora barbone ma con una barba più corta, che copriva, comunque, il mento sproporzionato. Orari regolari. Rientro tra le 17.00 e le 18.00. Garage con ticket. Poteva scendere. Non c’erano guardiole o altre custodie. Forse le telecamere. Già. Un’occhiata anche a quelle ma, comunque, avrebbe avuto maschera e parrucca.

Solo un giorno, una noia mortale e moltissima attenzione: doveva vedere dove andava a parcheggiare. macchina. Anonima come la persona: colore grigio metallizzato, una berlinotta di cilindrata medio bassa ( un tempo lui l’avrebbe decantata come la macchina migliore del mondo). Un tempo, certo. Ricordò in quel momento la boria repressa di quell’essere. Tutte le sue scelte: erano sempre le migliori ma, soprattutto, le uniche giuste che un essere umano poteva fare.

Mise la parrucca e aspettò sotto l’entrata della macchina. Arrivò. Trovato il posto che usava. M. abitava in zona. Un parassita grasso e borioso ma raid l’avrebbe ammazzato stecchito, ma che bello.

Così quel giorno arrivò. Con parrucca e abbigliamento casual con cappuccio. Tutto quanto come si deve. Maschera di gomma ben posizionata.

Lo aspettò, semplicemente. Accovacciata tra due macchine più avanti nella stessa fila.

Quando M. arrivò, parcheggiò, scese e chiuse la macchina. Era ancora nello spazio tra la sua portiera e quella vicina. Lei lo chiamò e lui si girò. ” Ehi ciao M.”- disse lei uscendo tra le altre auto, avvicinandosi con la sua camminata ampia,

“Allora? Stupito? Non mi riconosci? Meglio. Brutto stronzo. L’unica che si è scopata i due fratelli M.”

“E adesso, almeno uno lo faccio fuori”.

Lei sparò, felice, un bel colpo alla spalla sinistra. Peccato pensava di aver mirato al cuore.

E qui venne il meglio.

La scoperta inattesa, di come fosse carino farlo soffrire un pochetto.

Così si avvicinò e gli sparò all’altra spalla.

“Ecco cicci bello ti ricordi? Ma che periodo di merda con un frustrato geloso e te l’ho pure data per sfinimento e mi sono vergognata di me. Perchè allora io ero troppo intasata di malesseri per comprendere qualcosa fuori da quella infelicità che credevo obbligata. Direi quasi sancita dalla vicinanza di uno come te. E sei arrivato al mare con tua figlia e hai detto quella frase. Che, come vedi, mi è rimasta sullo stomaco. Non mi era proprio piaciuta.

Anch’io ritengo sia opportuno togliersi i sassolini dalle scarpe, così eccomi qui”. E gli sparò al ginocchio sinistro. E lo guardò, abbastanza divertita. E gli sparò al ginocchio destro e lo guardò ancora. Una pacchia.

Lo osservò, bene. Gli occhi di lui spaventati. “Ti grazio va là. Soprattutto non voglio rischiare che tu rimanga vivo”. Aveva i guanti. Si avvicinò gli tirò su la testa e gli strappò giù il mento tirandogli la barba.

Gli infilò la pistola in bocca e il 5° colpo lo stecchì. Viva Raid che gli ammazza stecchiti. Proprio sul posto. Lui manco si era spostato. Bello morto tra le due auto. Lo avrebbero trovato un pò più tardi. Lo ripulì dal portafoglio, dal cellulare e da tutto quanto poteva essere interessante per un rapinatore.

Fece tutto un gran giro, così, per prudenza. Aveva studiato gli angoli delle telecamere. Uscì, quella era la menata, dopo un’ora e mezza. Una questione di registrazioni. Fuori da qualsiasi campo possibile di registrazione si tolse maschera e parrucca. Il resto andava bene, poteva prendere il tram.

Dopo vari giri, alla fine ritornò in un Corso Lodi deserto. Ormai erano passate le otto e la gente era nelle case di fronte alla televisione. Aveva trasformato uno che si chiamava come un brodo di dado come un colapasta. Il ciccione maledetto non si sarebbe più ingozzato.

Tutti di fronte allo schermo, anche lei tra poco avrebbe acceso la tele ma la cosa bella è che aveva appena terminato il suo film.

Nell’immagine una Beretta 6.35, piccola, maneggevole, adatta per qualsiasi omicidio semplice, per signore eleganti.

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