Bocadillos.

Bocadillos nell’unico caffè aperto in quel posto scuro, vuoto, con un porticciolo nero, sotto una pioggia scrosciante.

Non c’era nessuno. Uno di questi posti sul mare che ha prende vita d’estate, forse così tanta, così eccessiva che l’inverno è la cura depurativa.

Nessun meccanico nei dintorni. Una coppia che viveva in una barca e aspettava l’estate. Probabilmente due che, con i loro traffici, vivacchiavano così.

Che vite squallide. Sole, isolate nel non senso di questo senso alienante di queste vite offerte dal sistema: finta gioia, finto benessere, finto lusso. Già, pensava lei osservandoli. Il lusso è poter disporre del proprio tempo, di se stessi. Quelli era prigionieri di cosa? Della loro origine? Della loro poca cultura? Della loro intelligenza? Ma l’intelligenza, la capacità di elaborazione, di mettere insieme dati, da cosa è data? Origine? Quale origine? Karma di vite una dopo l’altra, origine famigliare, quindi cultura&c., genetica?

Pensava a come e, in fondo con che coraggio si era ritrovata lì. La meta: le Canarie. Una meta semplice: un luogo. E poi avrebbe avrebbe pensato a cosa fare. Forse avrebbe dovuto chiamare a casa ma sarebbe costato troppo. Ogni tanto le venivano in mente i cani. Gli unici esseri ai quali pensava.

Che rottura di palle questo sant’Antonio. Che posto triste e squallido. Non piaceva a nessuno e dovevano andare via presto. Nella realtà, in un’altra realtà, quel paese era carino, almeno doveva esserlo, ne era certa ma il mondo, come al solito è Maya, così la realtà è quella dei tuoi occhi e nessun altra e , a volte, coincide con quella di altri, così, è semplice.

Nel Golfo del Leone, su quel mare nebbioso a piatto si ricordò di quando era al timone e vide, vicinissima, la prua di una nave enorme. Era la prua del Rex in “Amarcord”. Chiamò giù. Era lì da sola, e disse che avevano una nave a destra, molto vicina. Gli uomini chiacchieravano seduti nel quadrato, assentirono tranquillamente. E la prua era sempre più vicina. Cominciò ad insistere finchè il buon Fabio, stufo, salì a vedere cosa continuava a blaterare quella. E così si spaventò. Cominciarono i “non potevi dirlo prima” ma lei era tre quarti d’ora che insisteva.

Le donne mai ascoltate. Nessuno la prendeva un minimo in considerazione. In pratica Marco si era portato la scopata a casa. Gli altri, donne o compagne che avessero, da buoni marinai di lungo corso, in ogni porto se fosse capitata qualcuna certo non avrebbero disdegnato. Il patto era che Lei e Marco sarebbero scesi a fare un giro. E così fu, in seguito, qualche volta.

Viveva di tramonti e di albe. Con quello faceva sesso ma manco le piaceva ma erano altre le cose importanti. Imparava a sentire il vento, a cucinare bene anche le patate al forno che, tagliate in un certo modo, riuscivano con un lato sempre un po’ più croccante e poi le sere il tè, nel thermos, da portare fuori, per i turni di notte. E scoprì che le notti sono completamente nere senza la luna e che sopra di lei si apriva un oceano di stelle e c’era la Polare che le diceva dove stavano andando, Cassiopea, Orione che sembrava impettito come un vigile a dirigere il traffico, disegnato da un bambino. Imparava e imparava e ripartirono. Finalmente. Via da quel buco del mondo. 

E Barcellona fu. 

Ibiza

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