Granseole e cammelli.

C’era molto vento ma lo stretto aveva riaperto per uscire. Avrebbero avuto vento in poppa. Pulirono il più possibile i parabordi che rimasero grigi, almeno non bisunti, e partirono.

Gibilterra a 12 nodi con il vento in poppa e l’onda grossa con il Camarillo appoggiato sulla cresta che volava. E volarono in mare anche 2 dei 4 surf attaccati alla battagliola di prua. Non si ruppe nulla. Si staccarono e volarono in mare come grossi gabbiani. Li guardarono tra la schiuma mentre proseguivano tra le lente petroliere.  Il mare era verde acquamarina e schiumoso e la ruota (timone) da tenere era dura e l’acqua inondava il giardinetto. Niente spi perché non l’avevano. Trichette gemelle e andavano a manetta. Era bellissimo.

Così arrivarono a Tangeri. E sì, era vero, sua madre le aveva raccontato che Tangeri dal mare era bellissima e, sì, era vero. Arroccata sulla collina, ti aspettava con il suo brulicare.

I controlli con i dovuti omaggi alla dogana, un paio di bottiglie di vino, un bel porto da diporto con delle barche francesi e il guardiano pescatore che amava gli italiani o forse, semplicemente fu grato per le bottiglie che regalarono anche a lui.

C’erano dei bagni e tutti si fecero la doccia per andare a cercare un bar nell’alto della città raccontato nel libro “100 cammelli nel cortile” (Bowles/Mrabet, non a caso Bowles aveva una casa a Tangeri ) e Dario voleva trovarlo a tutti i costi. Dopo la doccia tutti si misero in ghingheri con il maglione e la maglietta “buoni”. Si trattava del bar di Bowles mica una topaia!  Lei aveva un paio di pantaloni di velluto blu manganese e un maglione viola lavanda.

Erano ormeggiati all’inglese a una barca francese molto bella, con due famiglie e tanti bambini. Erano già tutti giù, lei stava arrivando ma, scavalcando, si voltò per controllare se aveva chiuso il tambuccio e mise un piede in fallo. Cadde nell’acqua del porto tra le due barche dritta come un fuso.

Così la tirarono fuori, ridendo come matti. Un pò puzzolente, andò a rifarsi la doccia, indossò l’altro paio di pantaloni senza il maglione bello, che, lavato sotto la doccia con i pantaloni e tutto il resto mise ad asciugare steso sul boma.

Marco l’aspettò e iniziarono a salire alla ricerca degli altri. Tangeri era suddivisa in quartieri. Quello delle stoffe, dei profumi, dei gioielli, il mercato o casbah che sia per i turisti. Sentiva che era una città magnifica e misteriosa, una città di transito con un profumo particolare. Non a caso tante persone famose avevano una casa lì, alcuni si erano, addirittura, trasferiti.

Alla fine trovarono questo caffè. Nella città alta. Una porticina per entrare e dentro il sole che inondava la stanza. Abituati agli stranieri, pensò lei. Li accolsero come se li aspettassero per il giorno prima. Uscirono sul terrazzino stretto e lungo a guardare la città, e si schierarono sui divanetti in paglia a bere il tè alla menta, in attesa del tramonto.

Lì si stava proprio bene. Era sera. Trovarono un posto e mangiarono cous cous con il montone e ridevano con tutti. Dopo le prime richieste dei ragazzini che li circondavano a ogni passo, nessuno li disturbò più.

Tangeri era piccola e la voce degli italiani in barca era girata in fretta. Questo pensava lei, perché l’accoglienza era sempre amichevole e sorridente con il solito: ” italiano, marocchino uguali!” E ridevano. O forse quel gruppo di ragazzi avventurosi aveva un’aura lucente che ispirava fiducia e simpatia.

Lei non se ne sarebbe più andata.

Il giorno dopo le donne andarono al mercato. A comprare verdure, baguette tiepide e profumate, uova, spezie, cous cous e datteri perché erano freschi e appena colti, con le sporte piene per riempire la cambusa. Spesso,di fianco, incrociavano gruppi di turisti dalle navi, in giro con le guide che ricordavano la pericolosa casbah, di stare attenti, di stare uniti. E loro ridevano come due comari cariche di borsoni. Quante realtà sovrapposte tra di loro. Mondi che si allineavano, come le pieghe di una stoffa plissè.

Nel pomeriggio gli uomini alla sauna e le donne per i quartieri. Quello dei profumi, quello dei vestiti. Le misure alle donne, che non possono provare nulla, sono prese con le proporzioni del corpo: il collo ha la stessa misura della vita e gonne e pantaloni li provano al collo. Come si misura, con il pugno, la lunghezza giusta del piede della calza. Imparava ancora e lì, a Tanger , da imparare di cose c ne sarebbero state parecchie.

Stavano iniziando a preparare la cena e arrivò il guardiano del porto con la sua enorme cerata verde e la barba fino all’ombelico. Arrivò entusiasta con 6 stupende granseole per una bottiglia di vino: baratto accettato.

Le granseole. Per lei fu una festa. Buonissime, freschissime.

Ricordava quando, da piccola, suo padre gliele face assaggiare e quando andavano da “Prospero” lei voleva sempre la granseola. Un’altra coincidenza. Ci pensò dopo.

Pensava che tutti fossero contenti. Invece no. Era l’unica che le conosceva. Si, si devono mettere nell’acqua bollente. Un po’ di olio e limone ed è fatto.

Nessuno aveva mai cucinato né mangiato questo crostaceo. Lei era stupita. Sembravano tutti così mondani e, per restare in tema, navigati!

Spesso c’era lo sfoggio di questo che aveva fatto quello e un altro si metteva in coda con il suo racconto fantastico ma nessuno aveva mai assaggiato una granseola. Quindi: in India sempre ma a Venezia mai? Forse non come lei. Lei queste cose non le capiva, lì non ci pensava proprio e poi, usciva da altre storie.

Non riusciva a capire quella resistenza di fronte ad una cosa sconosciuta ma innocua. C’era proprio della stizza, imbarazzo. Un solco tra caste sociali, così sentito che spazzò via qualsiasi gioia. Incredibile. Non poteva essere vero. A tutto questo lei ci arrivò molto più tardi. La novella marinaretta dalla discoteca era ben lungi dal pensare che lì, dove erano, tutti insieme e contenti, potessero crearsi distanze per un crostaceo.

Alla fine dopo quell’inutile lottare per cucinarle ( avrebbe dovuto lasciare perdere, fin dall’inizio), ciascuno si trovò di fronte un piatto con il suo guscione tondo  più chele da aprire e gustare.

Il buono è nella testa. E lì iniziò la discussione stupefacente: “No, solo le chele si mangiano”, decretò Fabio il cuoco. “Ma cosa dici!” disse la testona ( golosa) e aprì la testa la testa con attenzione e c’era quella polpa buonissima e freschissima. Iniziò a mangiarla.

Le mangiò tutte lei, quelle che riuscì. Nessuno mangiò le granseole. Tutti incattiviti, scocciati, con facce malfidenti. Perchè? Erano a Tangeri, si stava bene, Era stato così bello, allegro e il crostaceo ti rovina tutto? Il peccato di gola porta sempre conseguenze disastrose.

Sembrava, avessero un gran fastidio che lei sapesse qualcosa di più. Questo pensava, ingenuamente. Sì era l’unica parlare francese, anche molto bene. Avevano timore di cosa? Che si “allargasse”? A quello ci pensavano già le confetture fatte in casa, i datteri e tante altre cose che non aveva mai assaggiato. In effetti mangiava come un camionista.

Ma come era giudicata e perché? Non trovava spiegazioni. Domandò a Marco, stavano insieme, qualcosa le avrebbe spiegato. Forse era lei un po’ ottusa. Sì, lo era e loro erano veramente un pò meschini. Purtroppo anche lui fu vago.

Qualcosa, per lei, da quel momento cambiò.

Uscì a fumarsi la sigaretta dopo cena e godersi Tangeri illuminata. Lei era lì, c’era il mare e Tangeri e quel profumo di vita che non aveva pari. E aveva mangiato anche la, anzi, le, granseole, a dicembre, come quando era piccola. Meglio di così? Non importava altro. Le Canarie non erano lontane e vivere in barca era fantastico. La natura le era amica, vicina e compagna. Questa era l’essenza.

Schiacciò il mozzicone e scese a dormire.

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