Casablanca&C.

Partirono costeggiando. Decisero di fare alcune tappe lungo la costa marocchina. Non avevano il sestante. Usavano i radiofari e i punti fatte sulle carte nautiche. Arrivati lungo costa, con la prima isola al traverso, sarebbero andati dritti.

Prima tappa Casablanca poi El jadida, Essaouira, Agadir e poi da lì verso la prima Canaria verso sud : Fuerteventura.

Arrivarono a Casablanca di notte. La dogana, dopo le solite pratiche, saluti e doni di prammatica, indicò il porto per il diporto. Mille luci intorno a quella minuscola imbarcazione, un porto enorme. Una gimcana tra pescherecci di dimensioni incredibili.

Una barca a vela di 13 metri, passava vicino a una cattedrale nera con un portale di poppa immenso che avrebbe potuto ingoiarla in un attimo: era il primo peschereccio giapponese che vedeva. Impressionante. Lugubre. Pescavano e, sicuramente ne uscivano le scatole di pesce già pronto e surgelato.

Povero mare. Massacrato senza alcun ritegno. Noi umani viviamo sulla terra ferma e, di tutto quello che vive lì sotto, non vedendolo, non ne abbiamo alcun rispetto, né conoscenza profonda. Pesce a profusione, pescato senza ritegno in tutte le stagioni. Plastica a profusione. Quando trovavano plastica galleggiante, sempre la tiravano a bordo e sempre scendevano con due sacchi di pattumiera in più.

Casablanca era una grande città e di poesia , il souk, ne aveva ben poca. Il posto al porto era caro. Una notte sarebbe stata più che sufficente. Utile fermarsi per fare acqua, per telefonare. Come sempre con chiamata a carico del destinatario: “appel à frais virés”.

Casablanca

Fecero la spesa, ricordando, tra le macchine, un traffico spaventoso, clacson e urla, la bellezza magica di Tangeri.

Partirono subito, la mattina presto, stanchi e frastornati, alla volta di El jadida. Una città fortificata. Un porto per la pesca. Piccola e maestosa. La gente era molto cordiale. Nessuna barca straniera sembrava aver mai attraccato.

El Jadida

Andarono in giro e subito arrivò tanta gente, sorridente.

Le donne, quando sentirono parlare bene francese, portarono le donne al souk per la spesa. Valeva la pena cercare del pesce fresco, la traina non aveva pescato mai nulla.

Così impararono anche gli usi delle miscele delle spezie, per il pesce, la carne, la frittata e il loro zafferano dolce, da mischiare sempre con la paprika per ottenere un sapore deciso ed esotico.

La vita, dopo il caos di Casablanca, riprendeva un ritmo marino. Ormai il sole era caldo e durante la navigazione erano tutti fuori sotto il sole e potevano lavarsi con l’acqua di mare. Lavarsi con il sapone e lo shampoo con l’acqua di mare è assolutamente lo stesso: basta passare due volte. Per i bisogni corporali, di solito si andava, come tutti in barca, sempre sottovento ma adesso era molto più semplice senza la “svestizione” parziale: non faceva più freddo, il vento era teso e il mare calmo.

L’oceano gli accoglieva con la sua onda costante e lunga.

Così partirono per Esaaouira. La città bianca. Un’altra fortezza. Imponente e un porto di pescatori con mille barche blu. Bellissima.

El jadida

Arrivarono. Scoprirono che gli italiani erano appena andati via. A  tutti gli incontri, compreso quello con i doganieri, ascoltavano il racconto degli italiani che avevano appena terminato le riprese del “Marco Polo”, la televisione italiana . Erano tutti entusiasti. Così, per la fortunata coincidenza, appena scesero subito qualcuno si avvicinò e offrì un thè alla menta.

Essaouira

In effetti sembrava una favola.

Essaouira

E forse lo era. Era scappata da urla, dolori e strepiti e di fronte a lei c’era solo allegria e spensieratezza. Nonostante le scarse risorse per poter fare qualcosa, fermarsi, visitare con una guida o affittare un mezzo di locomozione per addentrarsi nel paese, tutto le sembrava meraviglioso. ormai il suo passo era leggero, la sua mente sgombra da problemi e domande senza risposte. Era vivere il presente in tutto il suo splendore.

Comunque non avevano ancora molto tempo. Così ripartirono subito.

Agadir. Famosa per il turismo francese. Sapeva che c’era anche un Club Med. Era scettica. Invece vide cose molto diverse.

Agadir

La vita in barca era quotidianità viaggiante. La differenza tra l’esser turisti e l’essere viaggiatori. Così si cercano cose normali, la spesa, gli oggetti per le riparazioni, si gira per ambientarsi, nei luoghi comuni, si frequentano luoghi che il turista non conosce, non ne immagina nemmeno l’esistenza. E pensava al Barrio Chino, che, chissà, un giorno sarebbe diventato turistico e le guide avrebbero portato i visitatori nel finto locale malfamato. Come in Spagna portano a vedere il flamenco.

Arrivarono in un piccolo porto gratuito. La prima cosa che, sempre cercavano. Gratuito solo se rimanevano in rada. Così fecero. C’erano due barche francesi ma in banchina. Una di queste era ferma per la scuola dei ragazzi.

Come al solito lo scambio di informazioni. Agadir era luogo turistico, molto caro. Però c’era il mercato fuori dalle porte. Enorme. Lì ,avrebbero trovato tutto e passava il bus a ogni ora.

Con il dinghi (o tender che sia) la mattina seguente andarono in banchina, lo ormeggiarono con il lucchetto e la catena e presero il bus. Meglio dire la corriera. Stipata di persone. Stupite di questi stranieri in un posto non adeguato ai turisti.

Scesero davanti all’entrata di un muro lunghissimo dal quale spuntavano sventolanti cime di tende bianche. E fuori tutti i negozi possibili, con tutta la merce del mondo esposta al sole e a un mare di gente in movimento.

Arrivarono i ragazzini e uno di loro fu il prescelto per fare la guida. Con due grandi occhi scuri che guizzavano tra emozione e simpatia. Abdul. Come al solito.

Agadir mercato

Dentro era tutto suddiviso per necessità: generi alimentari, vestiti, gioielli, casalinghi, tappeti barbieri e anche dentisti. Tutto concentrato lì.

Dovevano esserci anche i medici e le farmacie del posto ma in alcune parti, quelle mediche, Abdul disse che era sconsigliabile, per questioni private, passarci in mezzo. Cosa più che logica pensò lei anche se le sarebbe piaciuto visitare una loro erboristeria di medicamenti.

Gli uomini andarono a farsi fare la barba. Le donne girarono a curiosare tra vestiti e gioielli.

Si incontrarono, com d’accordo, dopo tre ore, alla stessa uscita. Fabio non arrivava. Preoccupati mandarono Abdul a cercare l’amico. Dopo poco tempo tornò e li accompagnò nella “zona/quartiere” dei tappeti.

Fabio era in piena trattativa per un tappeto che voleva portare alla sua donna, che l’avrebbe raggiunto a Gran Canaria. Entrarono in questa tenda sommersa tra tappeti, narghilè e teiere e oggetti di ottone. Seduto sul tappeto, con il thè alla menta in mano, nel suo bel bicchiere trasparente, discuteva animatamente sul prezzo con il proprietario del negozio. intorno altri in ascolto, in piedi, in silenzio, guardavano. Erano in piena trattativa.

Le trattative. Non basta mezz’ora. Non basta un’ora. La miglior trattativa si svolge in un paio di giorni. E sono essenziali un paio di giorni per un tappeto, per un oggetto importante.

Fabio si alzò con fare un po’ incazzato e disse di no. Il prezzo era ancora troppo alto e sarebbe tornato domani. Adesso doveva andare. Demain, Demain, okay, je l’attendrai. Domani, domani, l’aspetterò. E si strinsero la mano.

Dario si incazzò da morire.  Ma domani sarebbero dovuti partire! Ma che palle! Ma cosa gli era saltato in mente!

Agadir tappeti

E la sera fu polemica e poi l’accettazione con cuba libre e scopone scientifico dove, in coppia con Fabio, Dario vinse e stravinse, maledicendolo, ridendo, ogni due per tre.

Così il giorno dopo Fabio, con il ragazzino che l’aspettava sul molo, prese il bus. La trattativa doveva proseguire tra i due. Con gli stessi spettatori del giorno prima. Loro sarebbero rimasti ad aspettarlo facendo i preparativi per la partenza.

Così, anche i parabordi, ancora grigio topo dopo Ceuta, furono portati in banchina e strigliati a dovere con della candeggina marocchina. La situazione migliorò: adesso erano grigio nebbia, con striature sparse.

Tornati a bordo per il pranzo chi andò in giro, chi in capitaneria per il bollettino, chi restò su. Erano in 2 e decisero dei turni con il binocolo per andare a riprendere Fabio. Di solito era raro che lasciassero tutti la barca se erano gli  unici in rada.

Non arrivava nessuno. Bus dopo bus. Iniziarono a preoccuparsi. Ormai erano tutti a bordo e la situazione era tesa.

“Aspettiamo ancora” – disse lei –  “Aspettiamo. Le trattative sono lunghe, un rituale vero e proprio. Non preoccupiamoci. Arriverà. Più è lunga , più vuol dire che andrà a buon fine”.

“Ma tu come fai a dirlo?”. Giorgio le chiese dubbioso. “Lo so ne ho già viste”. E raccontò, cosa rara, che era stata in Marocco.  Sì, con i suoi genitori, da piccola. Visitò la capitale, Rabat e le città imperiali e suo padre aveva trattato per un gioiello e alla fine si diedero la mano. Durò proprio due giorni.

“Aspettiamo”. Così aspettarono.

Ultimo bus alle 19.00. Fabio scese e iniziò a sbracciarsi. Lo andò a prendere Matteo. Aveva con sé il bellissimo tappeto berbero composto da mille rossi brillanti. Era entusiasta.

La cena fu addobbata dal racconto della trattativa, dalle descrizioni dei personaggi che intervenivano, dai numerosi momenti quando si alzava, se ne andava e, richiamato o rincorso, tornava per risedersi e bere l’ennesimo thè alla menta. Terminò con la piena soddisfazione di entrambi e un grande abbraccio. Il ragazzino aveva contribuito ed era felice di avere avuto anche lui la sua giusta ricompensa da parte di entrambi. E la notte arrivò con Matteo che suonava a prua la sua tromba sotto la luna quasi piena. Era in una favola. sapeva che erano immagini che non avrebbe dimenticato.

Così era tutto pronto per la traversata. La mattina dopo. Bollettino in capitaneria: favorevole. Meta: Fuerteventura. Corralejo. La punta più vicina. Ma c’era il porto?

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