Dune a Manhattan.

Dune a Manhattan. Questò pensò quando arrivarono. Una settimana di mare. Costeggiarono e poi di fronte al Puerto de la Cruz andarono diretti verso Gran Canaria.

Bel tempo, vento teso, andatura costante in poppa. Una meraviglia. Per lei lo era, ma 4 giorni di mare senza fermarsi ad alcuni iniziarono a pesare un pochino.

Giorgio ammise che, in effetti, stare sempre sulla barca in quel modo, dopo un pò è abbastanza scomodo. si sentiva una sardina.

Passarono davanti a Manhattan. Questo sembrava Las Palmas dal mare, il capoluogo di Gran Canaria.

Ma dove stiamo andando? Chiese Matteo con la sua barba lunga. Da bravo gemelli, era molto diplomatico ma si era irrigidito davanti al fatto di non potersi fare la barba con il pennello e la sua tazzina di crema “Old Spice”, al minuscolo lavandino del bagno, con acqua dolce.

In effetti Las Palmas era una grande città, con una vasta distesa di grattacieli. Dalla barca tutto è assolutamente diverso rispetto alla visione quando si atterra con l’aereo e si è ben stipati in una costruzione e si esce tra parcheggi e bus. Dal mare si ha la visione d’insieme ed è molto più interessante. Sempre.

Superarono Las Palmas e in lontananza si vedevano delle dune di sabbia, un deseerto, una punta con una spiaggia enorme.

“Cominciamo a ragionare” – ribadì Matteo, tranquillizzato dal panorama selvaggio. Almeno così sembrava.

Si avvicinarono in costa e arrivarono alle Dune di Maspalomas. Non sapevano cosa fossero ma era proprio un deserto con le dune come quelle del Sahara.

Maspalomas.

Dopo doveva esserci questo porticciolo, Porto Rico, dove ci aspettavano tutti: la fidanzata di Giorgio, Adriana, la fidanzata di Fabio, Greta, l’altro proprietario della Barca Ugo, con la fidanzata Giulia, la sorella della compagna di Dario.

Videro una piccola città e il porticciolo. Tutte nuove costruzioni. Porto Rico era stato costruito pochi anni prima per i turisti, una speculazione immobiliare tedesca e/o inglese.

Arrivarono nel porticciolo. Solo barche a vela e piccoli motoscafi. Tutti stranieri. Il Camarillo Brillo :unica barca italiana che arrivò all’italiana: con una piccola folla che si sbracciava sulla banchina.

Fu una festa. Ugo si ricordava un albero bianco , invece avevamo l’albero di alluminio. Erano ore seguiva con il binocolo l’arrivo di varie barche e questa barca che sembrava, sì, ma forse non era. Poi, più vicino, riconobbe l’equipaggio e chiamò al raduno tutta la combriccola.

il porticciolo di Puerto Rico .

Così attraccarono. e meno male era arrivato l’altro socio perchè il motore aveva dei problemi e la radio non ne voleva sapere di funzionare a dovere. Con Marco il progetto era di guadagnare un pò di soldini affittando i due windsurf rimasti, sulla spiaggia vicino.

Il paese era nuovo e super attrezzato. Negozi, supermarket, piccoli centri commerciali e più avanti, Playa des inglés , proprio tra le dune di Maspalomas era in piena espansione turistica.

I turisti erano per lo più tedeschi e qualche inglese.

Quella sera banchettammo tutti insieme e, per la notte restammo in barca in 4. Tutti gli altri nella casa che il gruppo aveva affittato. Avevamo a disposizione una fantastica seat 4 porte blu, con portapacchi. Meno male era arrivato questo Ugo, anche se non era molto simpatico. Con Giulia che mangiava solo un uovo sodo a pranzo e qualcosina in più a cena. Perchè a Ugo piaceva magrissima.

Ugo la squadrò e giudicò che fosse grassoccia. In effetti si era rimessa assolutamente in forze e, descritta come uno scheletrino, come disse lui, adesso si era trovato davanti una bella paciarotta.

Lui era così ma lei ci rimase malissimo. Ci passò sopra. Alla fine non importava. Era lì, erano arrivati. Però, quel modo di fare, la rimbalzò in una realtà che aveva proprio dimenticato. Già, critiche, difficoltà, problemi, urla. Tutto questo, durante la cena le si parò davanti. Una coltre spessa e scura l’aveva separata di colpo da tutto. Questa era un’altra coincidenza in fondo. Nessun incontro è casuale. Un senso c’è sempre, spesso lo si comprende anni e anni dopo.

La mattina dopo lei e Marco decisero di andare in spiaggia con i windsurf. Convinti che ci sarebbe stata la fila per affittarli.

Si svegliò non felicissima. Non aveva voglia di rivedere quel tipo sgarbato e strafottente. Infatti non solo con lei aveva elargito battute. Aveva il fare classico di chi vuol dominare, faceva il padrone della barca e lo ribadiva ad ogni piè sospinto, anche se era un semplice socio.

Disse che non faceva colazione e, il caso volle, che questo Ugo arrivò per fare colazione sulla sua barca e sentendole dire della colazione non perse l’occasione per dire la sua: ” Ah! Allora ha funzionato! Ti sei già messa a dieta? Brava!”.

Nulla succede per caso. le situazioni arrivano per svegliarti, per farci comprendere qualcosa e lei, lo sapeva bene, avrebbe dovuto affrontare ben altre realtà. Inutile scappare.

Presero i windsurf e andarono in spiaggia e c’erano almeno 4 scuole di windsurf tedesche super attrezzate e super sponsorizzate. Affranti rimasero lì a chiedere se qualcuno voleva noleggiare un windsurf per pochissime pesetas. Arrivarono un paio di ragazzotti ma nulla di più.

Nel pomeriggio a visitare Maspalomas con il suo enorme centro commerciale ovoidale pieno di sale giochi e una folla che si spostava da un bar a un caffè a un ristorante tipico. Turisti ubriachi, famiglie in processione tra i negozi.

Il posto non era certo come se lo immaginava. La sera decisero per la discoteca, la migliore del posto. Ballare. Tutto era iniziato con il ballo e forse sarebbe finito con il ballo , pensò lei.

Così scoprì la Mucha Marcha, tante cose, tanti modi per divertirsi. tante droghe. Sì, non poteva crederci, ricominciava la solfa. Ma non per Lei. Da lì doveva andare via. Chissà, sulla terra ferma, erano persone da discoteca tutte le sere, bere tutte le sere e magari un pò di coca.

Ballò tutta notte con musica salsa e con il suo succo di frutta che stupì tutti, come al solito. L’arrogante le fece i complimenti perchè ballava molto bene nonostante la ciccia. La sua triste e segaligna donna, super affamata, si muoveva come palo del telegrafo piantato nel deserto. Poverina. Fu la mestizia che emanava e quel debole sorriso forzato che la fecero decidere. Anche Matteo sarebbe partito il giorno dopo. Con Giorgio e Adriana che andavano a sciare.

Così la mattina dopo andò al correo del paese (la posta) e fece un cobro revertido a casa. E chiese, sì, quella volta chiese. Non aveva abbastanza soldi per tornare ma avrebbe passato il Natale a casa e avrebbe raccontato il suo viaggio. Era stato salutare, molto, adesso erano arrivati a destinazione e sarebbe tornata. Aveva difficoltà con il costo del biglietto. Mancava una settimana al Natale.

Non disse nulla. Non disse nulla a nessuno. I soldi arrivarono dopo un paio di giorni. Andò all’agenzia e trovò, per pura coincidenza, un posto su un volo il 24 dicembre.

Avrebbe dovuto dire qualcosa a qualcuno ma, nella sua follia, non lo fece. Non aveva voglia di dare spiegazioni. Così fece finta di niente. Le giornate proseguivano. Con il noleggio, la mattina, c’erano tre, a volte quattro, persone che arrivano puntuali .

Ogni giorno si allontanava un pò. Aiutava, come al solito, ma la sera rimaneva in barca. Un giorno in discoteca andava bene, era bello. ma tutte le sere no. Non le era mai piaciuto così e nemmeno tornare con tutti un pò troppo allegri. La routine notturna: ma anche no grazie. Avrebbe preferito la rada e visitare altre baie, altri paesi sulla costa, ma non era così, ovvio, tornare era la miglior scelta possibile. A Marco non era affezionata. Lui non era una persona affettuosa. La compagnia era riunita e, per tutti, lei stava con Marco. dopo la partenza, semplicemente, sarebbe diventata quella che si era portato alle Canarie.

La spesa, i giri nei supermarket, le sere con le altre barche a fare festa o poi in discoteca.

Così arrivò il 24. Per la vigilia era tutto pronto, aveva aiutato, per il cenone di Natale. A casa sua si festeggiava il 25 invece in barca il 24 e Italia aveva cercato anche un capitone canariota ma non esisteva e optarono per una grande zuppa di pesce nella pentola a pressione con jamon e verdure e sottaceti e maionese e altro. Il panettone arrivava da Milano, lo spumante sarebbe stato spagnolo.

Il 23 aveva fatto l’ultima sera in disco. La mattina sì svegliò e preparò le sue cose. Era ora di andare. Era più tardi del solito. Marco l’aspettava in banchina per andare alla spiaggia con i windsurf. Lei uscì con il borsone.

“Ma dove vai?”, le chiese lui, “Porti delle cose in lavanderia?”. Adesso doveva dirglielo: “No, Marco, parto. Ho l’aereo alle quattro e devo prendere il bus per Las Palmas, vado a passare il Natale a casa. Grazie di tutto, salutami tutti, io devo andare, tra poco arriva.”

Lui rimase impietrito. Lei lo immaginò così perchè non si voltò. Non c’era nessuno, non salutò nessuno. Quel sogno era terminato e lei doveva svegliarsi. Lui non la seguì, non disse nulla, non la chiamò.

Arrivò il bus davanti al supermarket tedesco e lei salì. Quell’avventura meravigliosa era terminata.

Porto Rico.

Così finisce questa storia di viaggio. Sì, l’epilogo è stato modificato su richiesta della protagonista. Non fu la fine reale, perchè continuò con il ritorno, con la Toscana, Antigua, le Grenadines l’Africa orientale, la Cina, la Russia, la Yugoslavia e ancora le Canarie e poi la Martinica, e poi il Cile, la Patagonia, Rapa Nui, Tahiti, Africa occidentale e ancora, ancora isole e ancora spazi. Con cieli infiniti nei quali perdersi. Sempre a cercare vie di fuga. Sino a quando, per una delle solite coincidenze, pensò fosse meglio esplorare qualcosa dentro di sè. Allora si sedette.

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