Un corso utile? 2°

Primo giorno.

Prima sveglia da fulminati. Ore 4

Suona la campana. “Sono già le quattro No, non è possibile” pensò lei affranta. Tutti a dormire alle 9.00 e alle 9.30 il controllo della manager se tutte le luci erano spente.

E lei aveva chiuso gli occhi dopo mezzanotte. Era a pezzi.

Nessuna distrazione. L’unica attenzione che dovevamo avere era al respiro ,

in seguito, alle sensazioni del corpo.

Dove sono, cosa ci faccio qui, ma è buio pesto, ma che alba e alba, ma perché?

Chi a tentoni si alza, chi si gira dall’altra parte, chi è già pronta.

Pronta prima dell’arrivo della manager alle 4.15,  vestita in fretta e di corsa in bagno ( solo due “ old student” davanti a lei, meno male), pronta  alla campana che suonava: tutte in sala di meditazione.

Buio, freddo però un inizio di aurora bellissimo. “Almeno questo” – pensò lei – ancora tumefatta dal sonno.

Cercando di non far rumore anche per togliersi la giacca e le scarpe, entrò in sala.

Penombra.

Posizione del loto. Immobili. Concentrarsi sul respiro che entrava e usciva dalle narici.

Cominciamo.

Sentì l’insegnante arrivare, sedersi e clic. Il registratore iniziò con una litania di ringraziamenti al Buddha in pali da ripetere ad alta voce e poi un’altra in italiano dove la voce esortava, con ritmo cadenzato a tornare sul respiro e a muoversi il meno possibile. Occhi sempre chiusi.

Utile. Dopo due respiri stava già pensando a qualcosa. Il tema era indefinito, i pensieri più vari sfrecciavano in testa: come sarebbe stata la colazione, certo che un caffè prima era meglio, ma aveva pagato la bolletta e quello era stato proprio male, poveretto, e i gattoni e la madre, e il fratello, e che doveva cambiare acqua minerale quando sarebbe tornata a casa, ma cosa pensava… stava pensando. Basta. Ritorno al respiro: riprendeva la litania che ricordava loro il compito da svolgere per 12 ore filate, se possibile anche durante le pause e i pasti.

Cominciò un male bestiale al ginocchio, doveva muoversi, tenne duro. Ai primi fruscii di tessuti semoventi,  qualcuno che si muoveva e spostò anche lei, solo  di qualche centimetro la gamba dolorante.

Tra rutti, puzze, russate, scoregge questo primo giorno era tremendo. La vicina cadde da un lato: si era addormentata. Lei aprì gli occhi.

Ultime file: teste ciondolanti e piccoli movimenti di assestamento.  Prime file: vedeva schiene dritte come fusi e masse di cuscini sotto le ginocchia, doppi cuscini, seggiolini di legno, posizioni quasi in ginocchio con il cuscino tra le gambe. E poi sbirciò dall’altra parte: stessa solfa.

Dalle ultime file un bel concertino di russate, nelle prime tutti, immobili e diritti.

Qualcuno però ciondolava.

Ah! Avevano acquisito la tecnica di non farsi beccare. Bè tanto nessuno diceva niente e anche l’insegnante, che arrivò più tardi, guardava con occhio di falco ma non fiatava e la litania partiva.

Tornate sul respiro, tornate sul respiro. Tornate sul respiro, muovetevi il meno possibile, resistete, resistete.

Non poteva non muoversi. Aveva delle fitte laceranti alle anche.

Così si era ingegnata in piccolissimi movimenti, e contrazioni dei muscoli. Anche per la circolazione perché non sentiva più il piede destro, sotto il polpaccio e le mani, incrociate in grembo erano un pezzo unico, forse marmo, forse granito? Non sapeva.

Sapeva solo che non ne poteva più.

Quando tempo sarà passato? Riuscirò a muovermi? Si sarà spaccato qualcosa?

E’iniziata una cancrena al piede?

Suonò la campana. Si mosse per alzarsi. Appena si mosse tutti i dolori scomparvero. Come se non ci fossero mai stati.

Era passata un’ora e mezza. C’era la colazione.

E’finita! E’finita!

Era solo il primo giorno. Era solo la prima seduta.

L’aspettavano altri 11 giorni così.

Non poteva crederci.  Però si fece forza. Grazie ad un’alba rosa e arancio meravigliosa.

Ci sarebbe stato il sole. E la colazione. Si avviò, già leggermente liberata.