Il potere occulto della curcuma 4°

La quarta fu Anita. La gallerista. Un’altra petulante, matta per la moda, si vantava di avere delle conoscenze nei vari atelier ed era capace di sfoggiare abiti con ancora il cartellino svolazzante. Tremenda venditrice, implacabile. Quando annusava una seppur minima possibilità non mollava il possibile acquirente come un cane affamato non molla l’osso. Quando c’era bisogna si concedeva pure, senza riserve, uomini o donne era lo stesso.

Con alcuni, come con lei, era solita fare “la piagnina”, lamentarsi che gli affari non andavano bene, le spese erano tante, la gente non capiva l’arte contemporanea, e mille altre litanie.

Quel giorno, chissà come, riuscì a impietosirla. Probabilmente quell’infelice congiunzione della Luna con Saturno la portò a chiedere il prezzo di una fotografia. Da quel momento non la mollò più. E la quantità di curcuma serale iniziò ad aumentare in modo vertiginoso. Non riusciva a levarsela dai piedi.

Tutti i giorni un invito, una telefonata. Eppure lei le era proprio antipatica e lo sapeva bene, lo sapevano tutti, era umiliante, “Certo che Anita ha proprio un fegato. Non la tollera ma per vendere farebbe qualsiasi cosa, gli affari sono affari”.

Lei era stufa, così pensò bene di aggiungerla alla lista dei suoi lavoretti.

Arrivò l’inaugurazione di un artista molto importante. Una grande opera costruita, appositamente per il luogo dove veniva esposta, formata da lunghi tubi in metallo, come degli scivoli: dall’alto si entrava e con un piccolo cuscino sotto il sedere si scivolava fino in fondo. Si tornava bambini.

Aveva l’invito per l’esclusiva vernice. Anita la chiamò. Si scusava ma non potevano andare insieme, si sarebbero incontrate senz’altro al rinfresco.

Entrambe conoscevano quel lavoro, anni prima era stato presentato alla Modern Tate. L’idea che architettò la esaltò. Era anche divertente.

Arrivò al Palazzo che ospitava i tuboni-scivolo, partivano dal portico in alto per arrivare fin giù, nel cortile. Sopra, nel salone, il rinfresco.

Tutti gli invitati, autorità, nomi famosi, collezionisti, critici, grandi industriali, si concessero il giro sullo scivolo, divertendosi come pazzi, ogni tanto una trasgressione alla forma non faceva che bene.

“Ultimo giro” fu annunciato dagli altoparlanti, come fosse un luna-park. Ormai erano quasi tutti in salone per il rinfresco, allegri e eccitati.

Lei fece un salto in basso, con la scusa della toilette, per controllare che avessero già chiuso le porticine dei tubi.

Quando tornò in sala vide Anita, nel suo meraviglioso vestito di Prada, eccessivo come al solito ma l’importante era esagerare.

Le si avvicinò e le propose l’ultimo giro insieme, ribadendo la sua volontà di acquistare quel bellissimo pezzo la settimana successiva.

La gallerista non aveva voglia ma, come si ripeteva sempre, gli affari sono affari, così la seguì.

“Vai per prima, così ti aiuto con la tua mise favolosa” le disse e l’aiutò a sistemarsi con il vestito sul cuscinetto nel tubone. Ridevano divertite.  “Ecco sono a posto, adesso vado” si girò e lei riuscì a stordirla con la pezzuola imbevuta di etere, schiacciata sul naso.

Giusto il tempo di farle quella puturina di anestetico per cani che si era procurata nello studio del veterinario la settimana precedente, per una fittizia visita di controllo ai suoi gattoni.

La spinse giù. Richiuse la porticina tonda dell’entrata e tornò nel salone per un altro champagne.

Chiacchiere in giro e poi, vedendo la sorella della gallerista, intenta a chiacchierare con un gruppo, le chiese dove fosse Anita.

“Proprio non lo so” rispose quella, occupata a parlare. “Sarà andata a cena con qualcuno. Magari con Peter, il gallerista tedesco, chissà.” Si girò e non si preoccupò più di tanto, conosceva la sorella e sapeva come era fatta, l’avrebbe rivista il giorno dopo.

Così la serata si concluse e lei se ne andò a casa tranquilla.

Passò la mattina e nel pomeriggio ricevette la telefonata che aspettava: “Dì, lo sai cosa è successo?” era Dario, un amico di vecchia data. “No cosa? Si sono staccati i tubi?” “Una cosa tremenda! Hanno aperto la mostra, e hanno trovato Anita, morta soffocata in uno degli scivoli! Tutta accartocciata fatta su nel vestito, le gambe spezzate dall’urto! Quella pazza! Doveva andare a cena con il tedesco, forse non ricordava che erano chiusi e ha pensato bene di scendere con lo scivolo!”.

“No, Poverina! Nessuno ha sentito urlare. Poteva urlare.”

“Magari ha preso un colpo in testa ed è svenuta, chissà. Comunque l’autopsia ha detto che è morta soffocata e aveva preso della droga prima. Che storia, poveretta”.

“Davvero, che storia” rispose Lei.

Al funerale chiese alla sorella che fiori amava la defunta: “Margheritine di campo, gentili come lei” rispose in lacrime.

“Difficili da trovare, specialmente in novembre” rimuginò tra sé e sé.

Anche lei era un’artista così dopo qualche tempo trovò la soluzione ideale: andò a dipingere un vaso con delle margheritine sulla lapide. La gallerista avrebbe senz’altro apprezzato e lei avrebbe fatto a meno di spendere tempo e denaro per una così antipatica. Avrebbe fatto uno strappo alla tradizione: non sarebbe mai andata più andata a trovarla.