Il potere occulto della curcuma 5°

La curcuma ormai era quasi sparita dal suo menù di medicinali naturali. Il caso volle che un altro infelice incontro la obbligò a ricominciare con l’ennesima dose, massiccia, quotidiana.

L’aveva conosciuto tempo addietro, compagno di una sua vaga conoscente. Sembravano felici poi, per ragioni innominate, seppe che si erano lasciati.

Da tempo acquistava cibi naturali in un piccolo spazio con “Prodotti chilometro zero”, vicino a casa. Ormai amica del proprietario, si fermava a quei due tavolini adibiti agli assaggi e a un buon bicchiere di vino. Per molti del quartiere era diventato un piccolo, piacevole, punto d’incontro.

Quel mezzogiorno di fine agosto passò per le uova e si fermò per due chiacchiere.

Quando entrò vide un signore di mezza età ben vestito, si teneva molto su, ma gli  abiti erano abbastanza lisi, seduto con un bicchiere, ciarlava a più non posso con fare da grande chef.

Fu invitata ad assaggiare quella bonarda ferma. Iniziarono le chiacchiere. Quel tipo non sembrava molto simpatico, era piuttosto saccente. Pareva la sapesse sempre un po’ più lunga, su tutto. 

Un altro mezzogiorno, si incontrarono ancora solo loro tre, seduti al tavolo.  Il “tuttologo” cinquantenne, le chiese, con un fastidioso tono da puzza sotto il naso, dove abitava perchè, sottolineò, visto che erano vicini di casa, l’avrebbe accompagnata volentieri, tanto doveva andare via anche lui. 

Sotto casa fece per salutarlo con un arrivederci ma il tipo, con un cambio di tono inaspettato, insistette se poteva andare a vedere casa sua. Grande momento di imbarazzo. Perché non aveva detto di avere un impegno? Quella maledetta educazione, che troppe volte imponeva di  subire situazioni sgradevoli e la pancia ne andava sempre di mezzo. Così, suo malgrado, lo fece salire. Lui si guardò in giro e, come comprese in seguito, stava studiando e soppesando la casa.

Lei gli offrì un altro bicchiere di vino, lui le chiese il numero di telefono. Magari potevano vedersi, erano proprio vicini di casa, poteva non essere una cattiva idea. Non ne aveva molta voglia ma non fece in tempo a pensarci un giorno che ci fu l’immediato invito a pranzo-pizza e, per la semplice, solita, cortesia del ricambiare, ci fu l’invito di lei a cena-risotto, a casa.

Da quel giorno, con una scusa, in qualche modo, lui si auto-invitava a cena, un giorno sì e un giorno no. 

Portava sempre qualcosa: contenitori con cibi che aveva cucinato, diceva appositamente, delle leccornie a sua detta, delle boiate a detta di lei che, a caval donato non si guarda in bocca, trangugiava in silenzio.

Quella saccenza, quel sottile senso di superiorità, con quell’arroganza che faceva trasparire con la battuta, il giudizio acido, era fastidiosa. Uno snobismo gratuito e troppo spesso mal posizionato, senza un senso. Atteggiamenti strani, incoerenti. Una persona problematica, forse beveva, chissà. Non era sempre gentile, anzi. Più passavano le cene e più l’arroganza e la critica crescevano. Proporzionali, al vino tracannato, erano i discorsi insulsi e vuoti: parlava solo di marche di scarpe inglesi, nomi di firme, negozi di vestiti. 

Da una parte sembrava come una ragazzina che voleva la borsa firmata a tutti i costi, dall’altra faceva quello di sinistra alternativo. Come se avesse imparato delle cose ma, non avendo né arte né parte, non sapeva come legarle insieme così veniva fuori un pasticcio noioso e mal cotto. 

Si trovava di fronte a un ubriacone, niente di più.

Verso le undici, l’ubriacone si addormentava sul divano e lei puntualmente lo svegliava e lo accompagnava alla porta. Non ne poteva più ma non riusciva ad essere villana come avrebbe desiderato.

Come poteva evitarlo? Quando ci provò la prima volta lui arrivò con i fiori. Quando gli chiese, malata, se poteva aiutarla, lui scomparì ma, appena ritornò in salute, si ripresentò con champagne e fiori. 

Un parassita. Ecco cos’era in realtà.

Un altro parassita. Questa volta di genere maschio.

La cosa che la fece decidere fu l’incontro dal parrucchiere con un’amica, in comune, con l’ultima ex di lui.

Non voleva riprendere le sue abitudini salvifiche per evitare l’uso della curcuma, ma si sentiva proprio costretta. 

Iniziò a sondare il terreno.

Buttò lì una frase sul parassita brizzolato incrociato per caso, e questa se ne partì con una sequela di racconti da brivido riguardo la povera amica comune che, alla fine, era riuscita a liberarsi da quell’egoista, narcisista, poveraccio. Sì un vero e proprio narcisista, tutt’altro che benestante, cercava, ormai da anni, di attaccare il cappello da qualche parte. Riuscivano, fortunatamente, a scaricarlo tutte: era insopportabile, cattivo, anzi, disse l’amica, quasi malvagio. All’inizio era tutto rose e fiori poi, quando intravedeva qualche possibilità, iniziava a tiranneggiare, a criticare. Un uomo senza senso e anche alcolizzato. Le poverette arrivavano tutte con grande bisogno d’affetto e problemi durante l’infanzia. Tutte ne erano uscite, immancabilmente, tumefatte. Se non conoscevi le dinamiche non riuscivi proprio a raccapezzarti.

Ecco perché lo vedeva oscuro: lei quelle dinamiche le aveva riconosciute subito. Da quella lezione ci era già passata e non era stata indolore.

Che meraviglia: aveva trovato un’altra motivazione, che andava ben oltre la curcuma, per procedere ad elaborare un piano. 

Non amando la ripetitività, questa volta decise che sarebbe stato un lavoretto, molto semplice e molto gustoso: gastronomico.

Doveva solo aspettare la stagione giusta e non mancava molto. Ancora qualche cena, delle quali, almeno la metà le avrebbe fatte saltare per impegni, ce la poteva fare.

La cosa più ovvia fu contattare Luigi, l’amico montanaro appassionato di funghi. 

Era un’usanza andare a funghi a ottobre.

Dopo un paio cene, sempre più disastrose, dove si costrinse a mangiare un’orrenda pasta con le acciughe, puzzolenti e cotte male, una specie di ribollita, ribollita troppe volte e modificata, con delle verze, pensò che quell’uomo avesse dei seri problemi anche olfattivi. 

Chiuse con queste serate pietose ma da pianificatrice accurata qual era, non perse l’occasione di promettere quella che sarebbe stata, per  l’ignaro parassita la sua ultima cena.Avrebbe gustato una prelibatezza ma a una condizione imprescindibile: doveva essere a casa sua. 

Non l’aveva mai invitata a casa sua, sempre con qualche scusa, e adesso era tempo che la invitasse. 

Lui cercò di accampare la solita scusa che casa sua non era bella come quella, era più piccola. Lei fu irremovibile. Così lui accettò. Per la sola ragione che non l’avrebbe vista per qualche settimana e, come un pidocchio, aveva paura di perdere la massa di capelli dove aveva iniziato a soggiornare.

La fortuna era dalla sua parte. 

Cominciò una settimana di piogge intense e quella successiva di un bel sole autunnale. Arrivò la chiamata della sorella di Lugi che la invitava da loro, su in Piemonte. 

“La solita svegliataccia, lo sai, ma tu sei un’appassionata. Luigi dice che ci sarà il mondo in cerca di funghi, questa volta partiremo alle due”. “Ma che meraviglia! E ci facciamo il solito thermos di caffè all’aurora? Non vedo l’ora. Ci vediamo giovedì sera” rispose lei contenta. 

Il piano iniziava ad essere messo in atto.

Sì, partì un giorno prima, aveva voglia di stare con gli amici e mangiare con loro una “bagna cauda” come si deve, ricordando inorridita le acciughe puzzolenti.

Così, con l’aggiunta di uno strepitoso fritto misto, la passeggiata alla cantina sociale, i resoconti dell’anno davanti al camino già scoppiettante, quel sabato mattina partirono per le colline nella notte.

C’era un’abbondanza di funghi mai vista e lei, per non sbagliare, nonostante li conoscesse abbastanza bene, chiese a Luigi di ricordarle come era l’”amanita phalloides” che aveva un elevato potere polimorfico e si confondeva con gli altri molto facilmente.

L’amico ne trovò tre perfette, con il loro cappello giallino -verde chiaro e gliele diede.

“Ecco tienine una così le riconosci. Con queste tre uccidi un paio di elefanti. Dovessero servirti con qualcuno antipatico”. E si mise a ridere. 

Lei rispose ridendo: “Allora ne basta una, un paio di persone le ho in mente!”. E le prese tutte tre, una nel cestino, le altre nel tascone della giacca a vento.

Tornati a casa, fecero la cernita e buttò subito l’amanita. Avevano raccolto quasi tre chili tra porcini magnifici e altri meno pregiati.

Così passarono la domenica a pulirli e pranzarono con la zuppa di porcini, funghi trifolati e un “bonet”( una specie di divino budino al cioccolato ma più compatto), per terminare in bellezza.

Tornò a casa molto soddisfatta. 

Un bellissimo fine settimana con gli amici cari e due splendide amanite.

Pregustava i funghi e il suo piano da Guida Michelin.

Il cinquantenne, in quei giorni l’aveva chiamata e, un po’ allarmato di non avere tutto sotto controllo, la invitò proprio quella domenica a un aperitivo a casa sua.

“Sono così intimorito, non vorrei che ci rimanessi male, così ho deciso di azzardare un aperitivo prima della cena, almeno non ti spaventi”.

Lei era stanchissima ma accettò.

Abitava al primo piano. 

Entrò in un tugurio, polveroso. Davanti all’entrata lo stendi biancheria con le camice. Un piccolo cucinino sulla destra, dopo lo stendibiancheria un divano logoro e una televisione da venti pollici su uno sgabello traballante. Sarebbe stato comunque difficile ma non aveva fatto nulla per migliorare qualcosa per l’aperitivo. 

Le servì del vino in un bicchiere opaco, seduta al tavolo ricoperto con una tovaglia di plastica, fantasia mongolfiere, macchiata e rotta. Una situazione drammatica che non corrispondeva a come appariva all’esterno questa persona. “ma perfettamente alla sua interiorità” pensò lei. In fondo quadrava tutto.

La fila delle scarpe inglesi era lungo la parete.

“Le mie ex-donne appena arrivavano facevano tutto loro, fin troppo solerti. Mi hanno aiutato ma alla fine mi davano fastidio. Fai bene a sederti e guardare, loro si sarebbero messe a lavare i piatti e mettere in ordine”. 

Ecco quello che aspettava: il pacato rimprovero dietro la blanda lode, così si sarebbe data da fare anche lei, ma non attaccava. 

Le raccontò della casa senza affitto, delle vacanze con gli amici, in realtà non gli piaceva nessuno di loro ma si adattava”. 

La casa era di amici impietositi e benestanti, padroni del palazzo. Lui non pagava l’affitto, in cambio accompagnava la moglie, un’amica ormai, a fare le spese, in giro con il cane e ascoltava le sue menate. Una specie di chaperon.

Era veramente un parassita, del gruppo di amici, ai quali doveva fare pena e se lo palleggiavano sempre di qua e di là, parlava sempre male, ma erano un gruppo di santi in fondo. Qualcuno gli aveva dato anche un lavoro, ma lui dopo un po’ aveva smesso. In effetti aveva sempre tirato a campare e sempre in un certo tipo di mondo, che mai voleva abbandonare, dove aveva imparato alcuni costumi e le arroganze ma finiva lì.  

Adesso, l’ultima spiaggia per la vecchiaia poteva essere solo una specie di badante gratuita che lo mantenesse.

Il parassita, era stato un bel ragazzo, a casa e mostrò le foto, aveva campato di quello e per quello era così narcisista, e per quello pensava, ancora, di essere il massimo che una donna potesse trovare. 

“Sai amo molto la mia libertà ma tu sei proprio speciale, sento che se proseguiremo a frequentarci qualcosa in me cambierà ma devi avere pazienza con me”. 

Era allibita: se avesse avuto della curcuma questa volta si sarebbe fatta una flebo. 

Era talmente basita che accampò una scusa per andare fuori da quella specie di spelonca.

Non voleva stare male. 

Decise che lì non avrebbe cenato. Mai. 

Quella era la prima e ultima volta che varcava quella soglia.

All’inizio pensava di attuare il piano a casa di lui ma, vista l’incresciosa situazione, cambiò la strategia: a metà settimana lo invitò a cena. 

Una cena a base di funghi. 

Lui arrivò con le sue inglesi migliori, vestito in modo liso ma impeccabile. Dalla la sua borsina di tessuto tirò fuori i suoi famosi contenitori da asporto per i suoi pessimi manicaretti. Grazie al cielo c’era un po’ di insalata cotta, quella che gli era rimasta dalla sera prima. 

Ormai era abituata i quei controsensi: invitato a cena, portava gli avanzi. Forse era la sua idea per essere snob, forse aveva iniziato a bere la mattina.

Fu una cena con i fiocchi. “Ma che meraviglia. Anche se, secondo me, potevi cucinarli in un altro modo. E poi forse hai sbagliato con il prezzemolo. Però sono buoni”.

Non mancava mai la critica ma non importava. 

“Guarda ne sono rimasti un bel po’, ti preparo il contenitore così li finisci tu domani”. “Oh, grazie mille, è un’ottima idea”. Avanzo per avanzo, ringraziò questa sua abitudine alla trans-avanzata. L’acaro in questione se ne andò davanti alla televisione, per russare sul divano. 

In cucina, lei preparò, come al solito con i guanti di plastica sottili, il contenitore con i funghi trifolati rimasti e ne aggiunse uno, di alluminio, con la zuppa di porcini.

Era stata attenta a trifolare le amanite a parte. Poi le aggiunse in entrambe le vaschette.

Il pomeriggio seguente, passava di lì per caso, vide l’autoambulanza uscire dal portone con una barella e un corpo coperto.

Con noncuranza chiese al custode se fosse successo qualcosa.

“Ma no, è quel poveretto del primo piano, lo cercava un suo amico, non rispondeva, è arrivato qui e ho aperto che ho la copia delle chiavi.  Così l’abbiamo trovato seduto al tavolo con la testa in un piatto di funghi trifolati. Magari erano avvelenati. Non era simpatico, ma in fondo spiace sempre”. rispose il portinaio un pò spaventato dalla barella coperta.

Nessuno sospettò qualcosa.  Chissà chi gli aveva dato i funghi. Non risalirono a nulla. 

Una svista, magari li ha presi all’angolo di una strada, chissà.

Non ne seppe più nulla. 

Non aveva mai conosciuto nessuno dei suoi amici. 

Non sapeva che fiore gli piacesse e comunque non avrebbe mai portato un fiore sulla tomba di quello lì. Al massimo una vecchia stringa di un paio di scarpe inglesi.

Adesso voleva smettere, sembrava quasi una dipendenza per il gusto che le davano questi omicidi, sempre così eleganti, sobri, in fondo dei classici. 

Era preoccupata.

Così quel giorno fece “il giro in città” come chiamava la visita a tutte le sue vittime sepolte nel cimitero principale. Passò davanti ad ogni tomba per un saluto.

Un paio le avevano trasportate nelle tombe di famiglia, in altre regioni limitrofe. Allora quello era denominato: “il giro fuori porta”.

“Il giro in città” era tipico di quando voleva smettere. 

Un modo come un altro per far riaffiorare i sensi di colpa.

Funzionava sempre alla perfezione. Era a posto. 

Sperava di non incontrare situazioni che, ancora, potessero mettere in rotta di collisione il suo amato pancino.

Tornò a casa e si mise in cerca di una nuova serie televisiva.