Il Pino nella calce 2°

Aveva compiuto da poco ventinove anni e voleva scappare.

La soluzione della fuga era impossibile.

L’unico posto plausibile le sembrava l’isola di Sant’Elena, ma l’avrebbe rintracciata dovunque.

Doveva muoversi in modo diverso.

Primo passo: cambiare i connotati, crearsi una nuova identità.

Solo così avrebbe avuto il tempo necessario per mettere in atto il suo piano, lungo e laborioso ma l’unica via possibile.

Davanti a una mente paranoica era necessario essere precisi, sofisticati.

Negli anni Pino era riuscito a crearle intorno una gabbia di maldicenze e diffidenze.

A chi non la conosceva veniva sempre descritta come l’essere più cattivo e inaffidabile esistente sul pianeta, una disgrazia per chiunque l’incontrasse.

In realtà molte persone rimanevano perplesse da questo odio eccessivo ma se ne guardavano bene di dire qualcosa

Pino era sempre più fuori di testa, beveva, non curava gli affari, chiedeva sempre soldi.

La fama dell’impero paterno cominciava a declinare.

Assunta i connotati li aveva cambiati da anni. Era sposata, aveva due figli, un maschio e una femmina, viveva in un piccolo paese della Spagna, lungo la costa, dove, con il marito, aveva aperto una bella pizzeria sul mare.

Non aveva mai perso i contatti con gli amici in Italia. La chiamarono.

Finalmente era arrivato il momento tanto atteso.

L’inizio fu lungo e faticoso, un raffinato ricamo.

Per farla breve, la sua adolescenza fu tremenda. Vessata dal fratello, e dalla madre, a distanza, per disperazione, iniziò a fare uso di droghe pesanti. Pino, il suo fornitore principale, divenne il redentore: la inviò in una comunità. Dove rimase un anno e non ricadde più in quella maledetta dipendenza.

Come fare per scomparire e cambiare l’identità? Decise di fingersi drogata, simulando perfettamente quello stato che ben conosceva.

Un giorno andò dal fratello per supplicarlo di aiutarla, lui dal cuore generoso, l’aveva già fatto, che fosse, ancora una volta, magnanimo. Voleva tornare in comunità e gli chiese di trovarle un posto in fretta.

Pino, dapprima stupito di non sapere nulla, di non essere il suo fornitore, s’incazzò moltissimo.  Aveva perso il controllo della situazione? L’avrebbe fatta seguire sempre. Poi non era d’accordo. Aveva in ballo dei nuovi affari. Se la sorella non c’era, a chi poteva dare la colpa? Come poteva far quadrare i conti, con tutti i soldi che rubava, se non aveva la scusa di chiederli al padre per coprire le malefatte di Assunta?

Assunta lo sapeva molto bene, lo rassicurò: un paio di settimane sarebbero state sufficienti.

Alla fine, il fratello acconsentì e lei riuscì a partire.

Arrivata in comunità informò quei pochissimi amici fidati che potevano procedere.

Di nascosto alcuni affiliati l’avevano in simpatia. Era una tosta. Non aveva mai mollato e se l’era legata al dito.

Molti, dopo suo padre, avrebbero preferito lei al comando.

Era lì da un paio di giorni quando vide un nuovo arrivato: era stato inviato da Pino, per controllarla.

Poco importava. Aveva organizzato tutto. Scadute le due settimane gli amici le avrebbero portato i nuovi documenti e sarebbe scomparsa.

Ogni giorno seguiva il tossico assoldato da Pino. Si appostava in ascolto, quando il poverino telefonava, per aggiornare il fratello paranoico, sulla situazione.

Era un poveretto che per due lire avrebbe fatto qualsiasi cosa.

Non aveva problemi il giorno della partenza, avrebbe giocato sui tempi.

Invece arrivò, inaspettata, l’occasione perfetta.

Colse la palla al balzo e consigliò al direttore del Centro, che la conosceva bene e di lei si fidava, di inviare alla trasmissione televisiva anche il tossico informatore.

“È un bravo ragazzo, si presenta bene davanti alle telecamere magari farebbe bene anche a lui essere preso in considerazione, inseriscilo nel gruppo che andrà in trasmissione”.

E così fu fatto e quel poveretto, ignaro della sua morte precoce, fu entusiasta di partecipare.

Quando la comitiva partì alla volta di Roma per la registrazione del programma, Assunta partì alla volta della clinica a San Paolo del Brasile, per rifarsi connotati.

Gli amici avevano organizzato tutto, il suo passaporto era perfetto. Si chiamava Anna Finocchi. Era nata a Milano un paio di giorni prima di lei, castana.

Il chirurgo aveva già studiato la foto. Così si tramutò in una bella mora.

Come si aspettava seppe che il povero tossico fu punito quasi seduta stante: trovato, il giorno dopo, in una siepe fuori dal cancello con una siringa infilata nel braccio.

Pino era furioso ma non riuscì a trovarla da nessuna parte.

Assunta era libera, terminata la convalescenza si trasferì in Spagna e lì rimase.

Quel giorno la chiamò Ernesto, uno dei tre amici veri che aveva.

“Ciao Anna. Guarda che tuo padre sta tirando gli ultimi e tuo fratello è fuori di testa. Beve tutti i giorni, tira di coca a tutto spiano, se ne sta in campagna con tutta una serie di baldracche, uomini e donne e tutto il suo armamentario tecnologico per controllare la casa e cercare te. Ha speso milioni per farti cercare. Ha speso milioni per far fuori chi sbagliava.”

“E mia madre? La vede ancora?”, chiese lei immaginando la situazione.

“Un giorno sì e uno no. Torna delirando contro di te, peggio di prima. Si inventa cose che stai facendo e non ti vede da anni” le rispose l’amico, affranto.

“Forse se qualcuno avesse avuto un po’ più di coraggio in quella banda di stronzi avidi come lui, forse le cose si sarebbero risolte”. Ribadì lei sempre più incazzata.

“Hai ragione, ma sappiamo cosa può fare un paranoico e sappiamo cosa possono comprare i soldi”.

“Eh certo! Ma qualcuno poteva venire con me quando andai da mio padre per spiegare! No! Nessuno aveva il coraggio. Da sola di fronte a uno che non mi credeva, nonostante le prove che avevo in mano! Finiamola qui. Parole inutili. Tu prepara tutto e io arrivo. Sì, è ora”.

Non aveva voglia di mangiarsi il fegato. Non serviva a niente. Stava bene, era felice, ma quando ripensava al passato, era inutile, le saliva una rabbia furiosa.

Suo fratello Pino l’avrebbe pagata.

In questa vita, non nella prossima.

Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine.

Sì, era felice, era riuscita a scomparire ma i primi anni, non era stato facile. Tutt’altro. Era sempre all’erta e un paio di volte rischiò di essere scoperta.

Probabilmente, per quel che aveva subito, c’era qualche santo protettore che si dava un gran da fare con il fato.

Per un pelo l’aveva schivata, ma erano sempre circostanze fortuite: favorevoli per lei e fuorvianti per chi investigava.

Sbarcò a Milano.

L’aspettavano gli amici.

Una bella signora, cinquant’anni molto ben portati, due occhi verdi, languidi, una magnifica massa di capelli color castagna, elegante ma soprattutto: un portamento da regina.

Anche gli amici rimasero di stucco. Che bella donna.

E tutti e tre per aprire la portiera, si ingarbugliarono e la portiera se la dovette aprire da sola.

In auto li rimproverò: “Grazie per i complimenti, diretti e indiretti. Ma non dobbiamo farci notare. Allora come è la situazione?”.

Tutto era pronto.

“Domani nel pomeriggio sarà senz’altro da solo. La mattina deve andare a trovare vostra madre. Aveva una riunione per un affare ma ha disdetto, non può, deve starle vicino: suo padre sta male e lei è affranta.”

“Ma, ancora, deve raccontare fregnacce?” commentò stizzita, ma frenò la rabbia, era veramente un povero deficiente.

“E chi va al posto suo?” A lei sembrava normale preoccuparsi degli affari.

“Manda due nuovi, dice che sono fidati”. Accennò l’amico con quattro dita in una mano. Aveva lo sguardo basso. Sapeva che lei sarebbe stata implacabile. La famiglia non si sarebbe divisa, come stava succedendo, se ci fosse stata lei al comando.

“E mio padre? Come sta?”. “Forse due giorni, forse una settimana. Non si sa. Ha chiesto di tuo fratello e di te”.

“Dopodomani sarà finito tutto e andremo da lui, non Vi preoccupate”.

“In che casa è barricato mio fratello?”.

“In quella al lago, vicino alla clinica. Così è più vicino a vostra madre, no?”

“Già che sciocca, che domanda idiota, scusa. Invece il materiale? I sanitari? Lo scavo?”.

“I sanitari sono già arrivati. Lo scavo lo faranno stanotte in fondo al giardino, c’è un buon posto, il resto è pronto”.

“Io però avrei preferito la calce, fa bene ai pini” e rimase in silenzio sino all’arrivo.

La signora Anna Finocchi andava sul lago, al Grand Hotel, per quel fine settimana.