Alfabeto omicida 5°

Entrò Danilo. La baciò su una guancia con quel fare sciolto ma proprio burino: “Ciao bella! Allora come butta? Cosa cazz…no scusa, cosa ti sei inventata per l’adolescenza?” le chiese guardandosi in giro – l’aria era strana si sentiva –lei ancora più strana, aveva i capelli scomposti, il maglione sghimbescio.

E se davvero lo facevano fuori? Come poteva dirgli qualcosa? Come poteva iniziare a fargli leggere qualcosa? E se fosse riapparsa la Z? Una S l’avrebbe strangolato? 

Vieni sediamoci qui – gli disse indicando le sedie davanti al portatile – dobbiamo scrivere insieme. Avevo delle idee ma se poi non ti fossero piaciute, che senso avrebbe avuto creare un capitolo finito? E sperò che la spiegazione reggesse. Nonostante la consecutio temporum, complicata da decifrare per la veloce mente del Brusi, la spiegazione resse.

“Hai ragione” le rispose Danilo e si sedette vicino a lei. 

“Senti, non hai fatto proprio nulla di trasgressivo? Nulla che abbia stravolto la tua vita? Nulla che ispirò la tua voglia, la tua necessità di diventare un attore, per esempio.” gli chiese, quasi affaticata da quella “tirata” descrittiva.

“Ma sì, forse, lasciami pensare, una pubblicità con un garzone di panettiere che cantava in bicicletta mi colpì molto e poi una tipa, una sera mi ha detto che ero così bello che potevi fare l’attore”. 

Terminò così la sua ultima frase. 

Arrivò un’enorme S, avviluppò nella spira superiore il collo del Brusi e strinse. Come un anaconda.

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