Alfabeto omicida 6°

Melba guardava quell’uomo stritolato, steso in terra che si dimenava ancora.

Dietro di lei una E rideva insieme alla Y che saltava sul pilastrino e gli ascendenti, le braccine verso l’alto, che applaudivano entusiasti.

Arrivo la I austera. “Sono qui per decretare che d’ora in poi saremo noi a decidere cosa scriverai. Questo non valeva un fico secco. Non c’erano possibilità. Non vogliamo ringraziamenti”. 

Una grossa H prese su di sé il morto e uscì dalla porta.

Melba andò alla finestra e la vide uscire dalla porta. Buttò il Brusi nel cassonetto e scomparì.

Era spaventata, scese a vedere nel cassonetto.

Stava attraversando la strada ma inciampò sul marciapiede, una macchina frenò bruscamente a un metro dalla sua faccia, suonando il clacson.

Qualcuno stava suonando in modo furioso al campanello.

Tirò su la testa.

Si era addormentata sul portatile.

Il foglio era pieno di lettere battute dalla testa sulla tastiera mentre dormiva.

Che sogno aveva fatto.

Si alzò e andò ad aprire.

Era il Brusi, con la sua aria strafottente e insofferente.

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